Pagina:Iliade (Monti).djvu/99

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88 iliade v.151

In quel punto gli Dei. L’armipotente
Figlia di Giove si parò davanti
Al mortifero telo, e dal tuo corpo
Lo devïò sollecita, siccome
Tenera madre che dal caro volto155
Del bambino che dorme un dolce sonno,
Scaccia l’insetto che gli ronza intorno.
Ella stessa la Dea drizzò lo strale
Ove appunto il bel cinto era frenato
Dall’auree fibbie, e si stendea davanti160
Qual secondo torace. Ivi l’acerbo
Quadrello cadde, e traforando il cinto
Nel panzeron s’infisse e nella piastra
Che dalle frecce il corpo gli schermía.
Questa gli valse allor d’assai, ma pure165
Passolla il dardo, e ne sfiorò la pelle,
Sì che tosto diè sangue la ferita.
   Come quando meonia o caria donna
Tinge d’ostro un avorio, onde fregiarne
Di superbo destriero le mascelle;170
Molti d’averlo cavalieri han brama;
Ma in chiusa stanza ei serbasi bel dono
A qualche sire, adornamento e pompa
Del cavallo ed in un del cavaliero:
Così di sangue imporporossi, Atride,175
La tua bell’anca, e per lo stinco all’imo
Calcagno corse la vermiglia riga.
   Raccapricciossi a questa vista il rege
Agamennón, raccapricciò lo stesso
Marzïal Menelao; ma quando ei vide180
Fuor della polpa l’amo dello strale,
Gli tornò tosto il core, e si rïebbe.
Per man tenealo intanto Agamennóne,
Ed altamente fra i dolenti amici