Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/193

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138 ILIADE 138-167

e lo privò della vista di Crono il figliuolo; né a lungo
visse: ché l’odio ei divenne di tutti gli eterni Celesti.
140Dunque non io coi Numi beati combatter vorrei.
Ma se degli uomini sei, che pascono il frutto dei campi,
fatti piú presso, ché prima tu giunga al confine di morte».
     E gli rispose cosí d’Ippòloco il fulgido figlio:
«O valoroso Tidíde, perché la mia stirpe tu chiedi?
145Simili sono le stirpi degli uomini a stirpi di foglie.
Le foglie, queste a terra le spargono i venti, e la selva
altre ne germina, e torna di nuovo a fiorir primavera:
cosí le stirpi umane, spunta una, quell’altra appassisce.
Pure, se tu vuoi questo sapere, se fatto esser certo
150qual sia la mia progenie: è dessa a molti uomini nota.
V’è la città d’Efíra nel cuor dell’Argòlide equestre,
dove Sísifo nacque, che fu dei mortali il piú scaltro,
Sísifo, d’Èolo figlio. Da Sísifo Glauco nacque,
e fu Glauco padre del nobile Bellerofonte,
155ch’ebbe dai Numi in dono bellezza e virile prodezza.
Pur, contro lui macchinò nell’animo infesti disegni
Preto, e via lo scacciò dalla patria; e ben era possente
ei fra gli Argivi: ché Giove li aveva soggetti al suo scettro.
Arsa di folle brama, voleva la sposa di Preto,
160la diva Antèa, con lui mescolarsi d’amore furtivo;
ma non sedusse Bellerofonte, l’onesto, l’accorto.
E corse allora a Preto con questa menzogna, e gli disse:
«Muori tu, Preto, o dà la morte a Bellerofonte,
che mi voleva pigliare d’amore, se ben mi schermivo».
165Disse, ed a queste parole fu invaso il sovrano dall’ira.
Schivò di porlo a morte, ché in cuore pur n’ebbe ritegno;
ma lo mandò nella Licia, scrivendogli cifre funeste