Pagina:Iliade (Romagnoli) I.djvu/194

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168-197 CANTO VI 139

entro due chiuse assicelle: dicendo cha al suocero suo
quelle mostrasse, per farlo morir: ch’eran cifre di morte.
170Dunque, in Licia egli andò con la scorta secura dei Numi.
E quando giunto in Licia tu poi, presso i rivi del Xanto,
il re dell’ampia Licia lo accolse, gli fe’ grande onore,
l’ospitò nove giorni, sgozzò nove bovi ai Celesti.
Ma quando poi spuntò, col decimo giorno, l’Aurora,
175anche domande allora gli volse, le cifre vedere
volle, che aveva a lui recate del genero Preto.
Quando ebbe viste poi le cifre funeste del sire,
prima gli comandò che uccidesse l’immane Chimera.
Era quel mostro stirpe di Numi, non già di mortali:
180sopra leone, capra nel mezzo, di drago la coda,
terribilmente spirando la furia di fuoco avvampante.
Pur, nei propizi prodigi dei Numi fidando, ei la uccise.
Poi s’azzuffò coi magnanimi Sòlimi: e dire soleva
che quella era la pugna piú dura che avesse affrontata.
185Terzo, poi, sterminò le Amazzoni, cuori virili.
E il sire macchinò, quand’ei fu tornato, una frode.
Scelti dall’ampia Licia quanti eran piú prodi guerrieri,
contro un’insidia gli tese; né a casa tornarono quelli:
tutti li sterminò l’invincibile Bellerofonte.
190Or, quando il sire conobbe ch’egli era pro’ stirpe di Numi,
presso di sé lo tenne, gli die’ per consorte la figlia,
gli diede la metà di tutti gli onori regali:
e gli assegnarono i Lici di campi una fertile stesa,
bella di vigne e maggesi, ché quivi egli avesse dimora.
195E generò tre figli la sposa a Bellerofonte:
Laödamia, con Isandro e Ippòloco. Il saggio Croníde
giacque con Laödamia, che a luce Sarpèdone diede,