Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/13

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10 ILIADE 200-229

sospeso alto cosí tenendolo entrambi gli Aiaci,
l’armi predavano; e il capo spiccato dal tenero collo,
il figlio d’Oïlèo, d’Anfímaco a far le vendette,
lo roteò, lo scagliò fra le turbe, che parve una palla.
D’Ettore innanzi ai pie’ ruzzolò nella polvere. E allora,
tutto di fiero sdegno s’empie' di Posídone il cuore,
pel suo nipote, ch’era caduto nell’orrida mischia;
e i passi volse verso le tende e le navi d’Acaia,
cuore facendo ai Dànai, nel lutto spingendo i Troiani.
Idomenèo s’imbatte' per primo nel Nume. Lasciato
da poco aveva un suo compagno, che giunto ferito
gli era da un colpo di punta nel pòplite, or or dalla zuffa.
L’avean gli amici addotto, l’aveva affidato l’eroe
ai medici: ora, verso la tenda moveva, ché brama
lo ardeva ancor di pugne. E il Nume che scuote la terra,
gli disse, e avea la voce del figlio d’Andrèmo, Toante,
l’eroe che nell’eccelsa Calídone, e in tutta Pleurona
sugli Ètoli regnava, godeva d’onori divini:
«Idomenèo, che i Cretesi consigli, ove son le minacce
che contro Troia, un tempo, lanciavano i figli d’Acaia?»
  Idomenèo, dei Cretesi signore, cosí gli rispose:
«Sopra nessuno, adesso, Toante, ricade la colpa,
per quanto io so: ché bene sappiamo combattere tutti,
né alcuno è da codardo timore frenato, né lungi
sta per pigrizia dalla funesta battaglia; ma questo
deve piacere certo che avvenga al possente Croníde,
che senza gloria, lungi soccombano d’Argo gli Achivi.
Ma via, giacché, Toante, tu ognor con intrepida fronte
bene eccitare sai, se svogliati li vedi, anche gli altri,
non ti stancare adesso, ma scuoti uno ad uno i compagni».