Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/14

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CANTO XIII 11

     E a lui cosí rispose il Nume che scuote la terra:
«Idomenèo, non possa tornare di Troia alla patria,
ma qui possa restare, ludibrio dei cani, quell’uomo
che voglia in questo giorno, ritroso mostrarsi alla zuffa.
Su, dunque, impugna l’armi, vien qui, ché vogliamo all’assalto
muovere insieme, se rechi vantaggio questo essere in due:
vale la forza unita di gente, sia pure dappoco;
e noi, pure coi forti sappiamo affrontare la zuffa».
     Disse; e di nuovo il Dio si avviò fra il travaglio di morte.
E Idomenèo, poiché fu giunto alla solida tenda,
cinse alle membra l’armi sue belle, impugnò due zagaglie,
e mosse, che pareva la folgore, quando il Croníde,
strettala in pugno, la squassa dai picchi fulgenti d’Olimpo,
segno del Nume ai mortali: ben lunge ne brillano i raggi.
Cosí fulgeva il bronzo sul petto all’eroe che correva.
E Merióne incontro gli giunse, il suo prode scudiero,
presso alla tenda ancora: veniva a cercare la lancia.
Idomenèo gagliardo, cosí la parola gli volse:
«O Merïone, figlio veloce di Mòlo, diletto
fra tutti, a che qui vieni, lasciando la guerra e la zuffa?
Ferito sei tu forse, ti ambascia la punta d’un dardo,
oppur qualche messaggio sei giunto a recarmi? Ma io
restar qui nella tenda non voglio, anzi correre a lotta».
     E a lui queste parole Meríone saggio rivolse.
«Idomenèo, dei Cretesi dall’arme di bronzo signore,
vengo, se mai nella tenda ti fosse rimasta una lancia:
io prender la vorrei: ché quella che or ora impugnavo,
quando lo scudo colpii del superbo Deífobo, ruppi».
     Idomenèo, dei Cretesi signore, cosí gli rispose:
«Lancie, se tu ne vuoi, non una ne trovi, ma venti,