Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/15

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12 ILIADE 260-289

dentro la tenda mia, poggiate ai lucenti sostegni:
lancie troiane sono, predate agli uccisi: ché io
non soglio no, mi pare, combatter lontano ai nemici:
lancie però qui sono, qui scudi coperti di borchie,
elmi e corazze sono che spandono vivo fulgore».
E a lui queste parole rispose Merióne saggio:
«Ho molte spoglie anch’io di Teucri, vicino alla nave,
dentro la tenda mia; ma troppo mi sono lontane:
ché neppure io, ti dico, dimentico son del valore,
ma nella zuffa, dove si provano gli uomini, saldo
io sto fra i primi, quando si leva la furia di guerra.
Potrò sfuggire, quando combatto, a qualcun degli Achivi;
ma tu con gli occhi tuoi, mi credo, hai dovuto vedermi».
E Idomenèo, dei Cretesi signore, cosí gli rispose:
«Il tuo valore, qual sia, lo so bene: perché lo rammenti?
Se ci adunassimo, quanti piú prodi siam qui, presso i legni,
in un agguato, dove piú brilla il valor della gente —
ché qui si scorge bene qual uomo sia prode, qual vile,
ch’or d’un colore, or d’un altro il viso del vile si tinge,
né in seno il cuor gli regge cosí ch’egli fermo rimanga,
ma si rannicchia, ed ora su l’uno dei piedi si poggia,
ora sull’altro, e il cuore gli batte nel seno a gran colpi,
ché si figura già la morte, e gli stridono i denti;
ma non si muta il colore del prode, né troppo ei si turba,
poi che il suo posto occupò nell’agguato dei forti, ed augurio
fa di mischiarsi prima che sia nella lotta funesta — :
neppure qui potrebbe veruno la forza e il coraggio
tuo biasimare: ché pure se fossi trafitto o colpito,
non sulla nuca il colpo cadrebbe, non già su la schiena,
anzi sul petto tuo dovrebbe incontrarti, nel ventre.