Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/142

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709-738 CANTO XVII 139


—ché in guerra non potrà senz’armi affrontare i Troiani.
E noi qui, dunque, adesso, cerchiamo il partito migliore
onde sottrarre il corpo si possa ai nemici, e torniamo
noi stessi, a dar col nostro ritorno, conforto agli amici ».
E il grande Aiace, il figlio cosí di Telàmone disse:
« Inclito Menelao, fu ben tutto quanto dicesti.
Via, Merione e tu ponetevi sotto alla salma,
e dalla mischia lungi recàtela: a tergo frattanto
noi pugnerem coi guerrieri troiani, con Ettore prode:
ché uguale il nome, uguale vantiamo il coraggio; ed abbiamo
l’ un presso all’altro, altre volte già retto alla furia di guerra ».
Cosídiceva. E quelli levar su le braccia la salma,
alta dal suolo. E levò grande urlo lo stuol dei Troiani,
come vider gli Achèi sollevare di Pàtroclo il corpo.
E si slanciarono; e cani parevan, che, innanzi correndo
ai cacciatori, s’avventano sopra un cinghiale ferito,
che gli si fanno presso, che fare lo vogliono a brani;
ma come contro loro si volge il gagliardo, all’ istante
balzano indietro, e chi qua, chi là si disperde tremando.
Similemente i Troiani su quelli correvano a schiere,
e con le spade via li colpivan, con l’aste affilate;
ma come contro ad essi volgevan la fronte gli Aiaci,
trascolorare i volti vedevi, e nessuno avea cuore
di farsi innanzi, e presso la salma appiccare la zuffa.
Cosi, pieni d’ardore, portavan lontan dalla pugna,
presso le navi, il corpo: su loro infieriva la guerra.
Come se investe il fuoco selvaggio città popolosa,
che d’improvviso sorge, divampa, e diroccan le case
dentro la fiamma immensa, ruggendo la furia del vento:
similemente su loro corsieri piombavan, guerrieri,