Pagina:Iliade (Romagnoli) II.djvu/148

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50-79 CANTO XVIII 145


Tutta fu piena di loro l’argentea spelonca; ed insieme
si percotevano il seno: principio die’ Teti al lamento:
« Udite, o mie sorelle Nerèidi, e tutte sappiate
chiaro, dal labbro mio, che doglie m’angosciano il cuore.
Ah!, che sciagura per me, generare il migliore dei figli!
Un figlio ho generato gagliardo ed immune da pecca,
primo fra tutti gli eroi. Crescea che pareva un virgulto;
e poi che lo nutrii, come arbusto sul dorso d’ un campo,
ad Ilio io lo mandai, sovresse le navi ricurve,
contro 1 Troiani a pugnare; né accogliere più di ritorno
in patria io lo potrò, nei tetti del vecchio Pelèo;
e pur mentre egli vive, contempla la luce del sole,
deve soffrire; e non posso recarmi a lui presso, aiutarlo.
Ma ora, io vado, il figlio diletto a vedere, a sapere
perché, mentre egli lungi riman dalla zuffa, si cruccia ».
E, cosí detto, lasciò la spelonca; ed insieme con lei,
mossero tutte l’altro, piangendo; ed i flutti del mare
s’apriano intorno ad esse. Poi, giunte alla fertile Troia,
saliano ad una ad una sul lido, ove fitte le navi
dei Mirmidóni, in secco tratte erano intorno ad Achille.
A lui, che amaramente piangeva, la madre divina
stette da presso, acuti lamenti levando; e abbracciando
del figlio il capo, queste parole, fra il pianto, gli volse:
« Figlio, che piangi? Che doglia t’è dunque piombata sul cuore?
Dimmelo, non tacere. S’è pure compiuto il tuo voto,
quello, che, al cielo alzando le palme, invocasti da Giove,
che fosser tutti i figli d’Acaia incalzati alle navi,
che, di te privi, duri volgesser per essi gli eventi! ».
E a lei rispose Achille veloce, con gemiti gravi:
« 0 madre mia, si, quello ch’ io chiesi, l’Olimpio ha compiuto:
Omero - Iliade, 11-10