Pagina:In morte di Lorenzo Mascheroni.djvu/104

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Vile! e tal altro del rubar maestro, ec.

Giuseppe Lattanzio, uomo d’ingegno mediocre nativo di Nemi nella campagna di Roma, dov’è il lago Nemorino, per cui più sotto il poeta lo chiamerà galeotto di Nemi cioè barcajuolo. Perseguitato per opinioni politiche, si riparò a Milano, centro della Cisalpina; dove si diede a tradurre e scarabocchiar romanzi. Fu oratore pubblico, poeta e giornalista. Scrisse in opposizione alla Mascheroniana un assai cattivo poema in terza rima intitolato l’Inferno, che non fu terminato, dove tra gli altri caccia tra i dannati il celebre generale Lahoz, e tartassa il Monti e più altri. Ma il Monti lo ripagò ad usura, perseguitandolo acerbamente con rabbia proprio letteraria, onde il povero Lattanzio n’ebbe a soffrire non poco. Avendo egli lasciato travedere nel suo Corriere delle dame, che Napoleone si farebbe re d’Italia, fu dal governo inviato alla Senavra, grande ospitale dei pazzi suburbano, dove, trattenutovi per qualche mese, fu per diventar pazzo davvero: perciò il poeta dirà più innanzi che la fune e la Senavra impetra. Una persona che ha avuto qualche parte in quell’affare ci assicura che il Lattanzio fosse di accordo col governo nell’enunciare quella sua notizia, la quale doveva servire siccome di scandaglio per conoscere la disposizione degli animi. Egli morì in Roma nel 1822.


Ivi


Genuzj essendo, Saturnini . . .

Genuzio e Saturnino, due de’ più sediziosi e de’ più sanguinarj tribuni di Roma. Quest’ultimo, nemico implacabile del senato, fece uccidere nel modo il più barbaro il patrizio Gratidiano, e mantenevasi più migliaja di sicarj disposti ai feroci suoi ordini, cui chiamava il suo antisenato.