Pagina:In morte di Lorenzo Mascheroni.djvu/85

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Langue cara a Minerva e alle divine
Muse la donna del Panàr, nè quella
204Più sembra che fu invidia alle vicine;

Ma sul Crostolo assisa la sorella
Freme, e l’ira premendo in suo segreto,
207Le sue piaghe contempla e non favella;

Freme Emilia, e col fianco irrequieto
Stanca del rubro fiumicel la riva,
210Che Cesare saltò, rotto il decreto.

E de’ gemiti al suon che il ciel feriva,
D’ogni parte iracondo e senza posa,
213L’adriaco flutto ed il terren muggiva.

Ripetea quel muggir l’alpe pietosa,
E alla Senna il mandava, che pentita
216Dell’indugio pareva e vergognosa:

E spero io ben che la promessa aita
Piena e presta sarà, chè la parola
219Di lui che diella non fu mai tradita:

Spero io ben ch’il mio Melzi a cui rivola
Della patria il sospiro.... e più bramava
222Quel magnanimo dir; ma nella gola