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Pagina:Infessura - Diario della città di Roma.djvu/24

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xxii o. tommasini

Cosi, spesso, egli è a’ fatti che racconta testimonio di veduta, quantunque non paiano contemporanei i notamenti ch’egli ne fa. Nè reca sovente in mezzo i documenti che vede. Se si eccettuano una lettera del conte Girolamo Riario al pontefice[1] una cedola del collegio dei cardinali di cui dà la sostanza[2], certi capitoli d’Innocenzo VIII da lui veduti nel palazzo de’ Conservatori[3], ei non ne produce altri. Ma gl’incisi della sua cronaca guadagnano bensì luce e importanza straordinaria quando vengon messi a rimpetto dei documenti contemporanei, dei regesti dei pontefici, dei libri della Camera di Roma; quando le lettere del Senatore fanno riscontro ai notamenti dello scribasenato; nel quale ufficio, che il nostro Stefano ricoperse, ei fu l’ultimo in cui fremette ancora l’amore della città e del viver libero, tanto malamente oppresso dalle arti del clero.


III.


Circa ai manoscritti cogniti del Diario e a quelli che servirono per l’edizione odierna, poche cose riassumo qui. Il Valesio e un manoscritto del museo Britannico accennano a un codice autografo, che non è niente più, niente meno del manoscritto citato dal Rainaldi ne’ suoi Annali ecclesiastici, e che nell’archivio Vaticano recò il num. 111. Questo ora più non vi si trova; da taluno fu indicato come

  1. Diario, p. 153.
  2. Diario, p. 168.
  3. Diario, p. 176.