Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/112

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tanta disperazione, le due donne non si contennero più... Si aprirono a vicenda l’anima, si raccontarono tutte le impressioni subite dopo la loro separazione.

— Non mi respingi da te sebbene io abbia le mani imbrattate di sangue? — mormorò Maria.

— È sangue di traditore e non disonora — rispose la popolana, che riprendeva l’ardire di una volta — io non ti ho mai biasimata, perchè al tuo posto avrei fatto lo stesso.

Maria chinava il capo.

— Sei forse pentita di averlo ucciso? — chiese Annetta.

La giovine si scosse.

— No — rispose con voce sorda — perchè ho veduto nel mio delitto la mano del destino.

Bussavano alla porta.

La popolana ebbe un gesto d’impazienza.

— Qualche nuovo importuno — disse — non rispondiamo.

Si bussò una seconda volta più forte.

— Ebbene... vediamo chi è.

Maria andò ad aprire e si trovò dinanzi un signore, avvolto in un lungo soprabito, con una barba foltissima, il cappello calato sugli occhi.

Il viso della guantaia rimaneva al buio, onde l’altro non la riconobbe e disse con tronca voce,

— È qui che abita Maria Durini, la giovine liberata questa notte?

— Sono io, signore: che volete?

— Parlarvi un sol momento: mi chiamo il conte Patta.