Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/113

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Ella provò un orribile sussulto al cuore, pure seppe mantenersi impassibile.

— Entrate signore, — disse ritraendosi alquanto. Lo condusse presso la popolana. Sebbene il conte se l’attendesse, tuttavia non potè dissimulare un fremito nel trovarsi vicino a quella donna, il cui eroismo umiliava il suo orgoglio, lo schiacciava.

— Perdonate, se disturbo, — balbettò.

— Che cosa volete?

— È il conte Patta, mamma — replicò con freddezza Maria — che desidera parlarmi.

Gli aveva offerta una sedia ed ella rimaneva dritta, presso la poltrona dove si trovava Annetta. Il conte parve sormontare il suo imbarazzo.

— Se mi sono permesso di venir qui, due gravi motivi mi hanno indotto — disse, rivolgendo la parola alla popolana — mi trovavo ieri l’altro all’udienza e mi commossi al pari di tutti, anzi più di tutti, alla storia della vostra figlia adottiva, storia che mi ricordò un fatto, accaduto appunto in una di quelle tremende giornate, che evocaste.

Annetta ascoltava con ansietà: era evidente che le parole di quell’uomo la interessavano.

Maria invece sentiva crescere la sua avversione per colui, che pur aveva nelle vene lo stesso sangue, era suo padre. Forse se ella l’avesse veduto entrare curvo sotto il peso del dolore, del rimorso, avrebbe perduto il coraggio di accusarlo, il cuore le si sarebbe schiuso alla pietà.

Ma dal suo esordio istesso, si capiva che il conte stava architettando una menzogna e Maria s’irrigidiva, si corazzava contro qualsiasi debolezza.