Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/125

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colato, che si spense in un debole singhiozzo. E le labbra restarono aperte, l’occhio si estinse, il corpo divenne immobile...

Era spirata...

Il conte rimase per alcuni secondi a guardarla con occhio stralunato: i suoi denti si urtavano.

Poi quando cominciò a capire che tutto per Adriana era finito, ebbe un grido di belva ferita a morte e fuggì stringendosi le tempia fra le mani, gemendo, urlando:

— Sono io... io che l’ho uccisa!


Il giorno che Adriana venne seppellita nel Cimitero Monumentale, un giovane che aveva assistito di nascosto, dietro un alto mausoleo, ai minimi particolari della funebre cerimonia, attese che tutti se ne fossero andati, poi lasciò il suo nascondiglio per avvicinarsi a sua volta a quella tomba scavata di fresco e inginocchiatosi si mise a piangere, a singhiozzare come un fanciullo...

Poi quello straziante dolore parve calmarsi... ed il giovane data una rapida occhiata attorno, trasse di tasca una rivoltella.

Ma allora una voce sorse dietro di lui...

— Fermatevi, signor Gabriele — disse — voi non avete il diritto di uccidervi su questa tomba.

Egli si rivolse con impeto e vide dietro a sè Maria, vestita a bruno, ancor pallida e sofferente, ma i cui occhi gettavano lampi, il cui fiero atteggiamento imponeva.

— Voi! — esclamò il giovane balzando turbato in piedi. — E perchè m’impedite di morir qui?