Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/34

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— Dunque ho nulla a risponderti. Ed il meglio che tu possa fare, è di cambiare idea,

— Niente affatto, perdio! Non cedo con tanta facilità. Tua figlia si rivolta, fa l’orgogliosa, ma basterebbe che io le sussurrassi poche parole all’orecchio, per vederla piegare: ti è noto se, quando voglio, voglio!

Il conte aggrottò le ciglia, si morse le labbra.

— Che vorresti dirle? - balbettò.

— Ciò che siamo io e te, perbacco. Le racconconterei per filo e per segno il tuo passato, mostrandole l’epistolario che ebbi da mio padre. E quando ella saprà che l’uomo, il quale adesso si fa chiamare conte Patta, è stato nel quarantotto un infame spia che si vendette successivamente, contemporaneamente a tutti, salvo a tradire a tempo opportuno, chi meno lo pagava, per chi gli offriva di più; allorchè le racconterò la tua fuga da Milano nelle famose cinque giornate, lasciando preda al furore popolare, che voleva far giustizia sommaria della spia, una moglie innocente, una tenera bambina...

— Taci, taci... - interruppe balbettando per l’ira il conte, rizzandosi con impeto, per avvicinarsi al giovane.

Questi non si mosse, sembrava sfidarlo con gli sguardi arditi.

— Non è la verità?

— Taci ti dico, ho sopportato tutto da te, parole crudeli ed insultanti, ricatti, angherie, umiliazioni; mi sono piegato a quanto volesti, non risparmiandoti cure, denari, pagando qualsiasi tuo