Pagina:Invernizio - La trovatella di Milano, Barbini, Milano, 1889.djvu/98

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Da che proveniva quella generosità della bella guantaia, dell’omicida? Qual sentimento l’aveva spinta a distruggere quelle carte, a cercare di seppellire un segreto che poteva giovarle?

Avrebbe voluto saperlo, ma nello stesso tempo si guardava bene dal chiederlo...

Solo alcuni giorni dopo, gli venne riferito che Maria essendo stata interrogata sui motivi che l’avevano indotta a rovistare i cassetti di quello scrittoio, a bruciare quelle carte, disse che ella voleva distruggere tutta la sua corrispondenza col marchese, ed avendo trovato altre lettere di donna le mise tutte in un fascio, con diversi fogli, senza neppure esaminarli, tanto si trovava eccitata.

Mentiva quella giovine o diceva la verità? Così si chiedeva il conte... In ogni modo, un immenso sollievo gli allentò i nervi: egli non si era mai sentito più felice e leggiero... e ringraziava il destino che per mezzo di quella fanciulla, l’aveva liberato da un incubo, che da tanti anni lo tormentava e da un miserabile, che era stato per così lungo tempo suo carnefice.

L’unico che fosse sfuggito all’attenzione generale, era Gabriele... Nessuno lo disturbò, nè chiese di lui, che ormai aveva libero accesso al palazzo del conte, il quale comprendeva che per far dimenticare a sua figlia l’ultimo colloquio avuto col marchese, quand’ella sarebbe stata in grado di ricordare, l’unico che potesse giovarle, lasciarle credere che Diego aveva mentito, rivelandole un segreto che non esisteva, era Gabriele Terzi.