Pagina:Ioannes Baptista a Vico - Opera latina tomus I - Mediolani, 1835.djvu/164

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134 de antiquissima

dividasi, ma ch’ella è il principio nel quale le cose distese, quantunque disuguali, dividendosi, con ugual cammino ritornano (Cap. IV, § 1), come per lo più lungo ragionamento di quel libretto mi studio far chiaro.

Ma a voi questo termino di Punti (pag. 110) sembra non spiegato, non definito ed oscuro.

Io li diffinisco per tutto quel ragionamento una tal cosa indivisibile, che sotto a cose realmente distese ineguali stavvi sotto egualmente, della quale il punto geometrico assolutamente può darne una simiglianza. Vorreste nel definirla idee proprie, non simili. Ma la Metafisica non ci permette di mirar le sue cose altrimenti. Perciò dunque è oscura? Anzi perciò ella è chiara quanto la luce (Cap. III, pag. 64): Ad hoc instar metaphysicum verum illustre est, nullo fine concluditur, nulla forma discernitur; quia est infinitum omnium formarum principium: physica sunt opaca, nempe formata et finita, in quibus metaphysici veri lumen videmus. Il mezzo proporzionato per mirare nelle fisiche cose la metafisica luce sono le sole matematiche, che da cose formate e finite, dal corpo disteso astraggono l’infinito, l’informe, il punto, e ’l si fingono indivisibile, e che non ha estensione alcuna, e dal punto così definito procedono a fare le loro verità.

Diciamla con vostri termini. Questo termino non definito involge tutto quel trattato in tenebre, per così dire, palpabili (con questa giunta però) a certi Cartesiani che con l’aspetto di fisici guardano le metafisiche cose, per atti e forme finite; cioè non credono esser luce se non dove ella riflette: vizio per diametro opposto a quello degli Aristotelici che guardano le cose fisiche con aspetto di metafisici, per potenze e virtù, e così credono esser luce quelle cose che sono opache. Noi ci sforziamo guardarle con giusti aspetti, le fisiche per atti, le metafisiche per virtù (Cap. IV, § 1, pag. 70). Non vidit haec Aristoteles, quia metaphysicam recta in physicam intulit: quare de rebus physicis metaphysico genere disserit per virtutes et facultates. Non vidit Renatus, quia recta physicam in metaphysicam extulit, et de rebus metaphysicis physico genere cogitat, per actus et formas. Utrumque vicio vertendum. Noi ci abbiam frapposto la geometria, ch’è l’unica ipotesi per la quale dalla metafisica in fisica si discende.

Però mi replicate (pag. 110): «il raffinato buon gusto del secolo ha sbandito questi vocaboli di Virtù, di Potenze e di Atti; e così li reputa mal intelligibili, come quelli di Simpatie, Antipatie e Qualitadi occulte

Questa è in vero una grande opposizione, ed è grande, perchè opposizione non è; perchè ritirandosi gli avversarj al tribunale del proprio giudizio con quel dire di cotesto che tu dici non ho idea, di avversarj divengono giudici. Ma diano essi nella diffinizione della sostanza cosa migliore, e poi dicano mal