Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/126

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s’indicavano dai Romani le gallerie sotterranee e a volta, che fecero parte dei palazzi dei ricchi, affine di non privare costoro della comodità di prendere il fresco, e mitigare gli ardori della state. (Vedi Enciclopedia popolare). Il Garrucci credette che il corridoio sotterraneo, noto col nome di Santi Quaranta, non fosse che un avanzo di antiche Terme, ma senza assegnarne le ragioni, per cui una tale opinione non fu seguita da alcuno. E infine il Meomartini nella sua recentissima opera sui monumenti della nostra città ritiene che il luogo di cui si disputa non fosse stato altro che uno degli emporii romani, dei quali così scrisse il Canina: «Vicino ai porti dovevano essere quei fori per il commercio che si dicevano emporii, emporia, e dovevano essere questi pure circondati da grandi fabbriche, per uso di magazzeni o portici d’intertenimento per i commercianti.» Ma siccome si poteva redarguire al Meomartini che non avendo Benevento nè mare, nè porti, non si saprebbe spiegare la esistenza quivi di un emporio: così, a sostenere la sua idea, osserva che un emporio poteva bene essere edificato non solamente presso i porti, ma ben anche nei centri di maggiore commercio, e che tale potea dirsi a quei tempi Benevento, luogo di transito delle vie che da Roma conducevano nelle Puglie e in Oriente. Ma neanche una tale opinione è avvalorata da serie prove, per cui dobbiamo tuttora ammettere che ci sia ignota la destinazione d’una fabbrica non meno importante che singolare, la quale attira tuttora la curiosità non solo dei nostri concittadini, ma più ancora di quanti forestieri traggono a visitare le reliquie dei nostri antichi monumenti.

Un altro avanzo delle patrie antichità consiste nel Dio Api, di cui favoleggiarono gli antichi che, prima di convertirsi in bue, quale re d’Argo, avesse sposato Iside. Esso Dio è appunto quel bue, scolpito in granito rosso di Egitto, che fuori porta S. Lorenzo s’innalza su un moderno piedistallo, e il chiarissimo archeologo francese Emile Guimet afferma che quella scoltura è autentica egiziana, e non di fattura romana, come credesi comunemente, locchè ne accresce il merito. Fu