Pagina:Isernia - Istoria di Benevento I.djvu/233

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sulfo, suo germano, che fu l’ottavo duca di Benevento, e in prova del suo ardimento adducono gli storici locali il seguente fatto. Un giorno, mentre tutto solo percorreva i viali del giardino annesso al palazzo ducale, cadde ivi dal cielo una saetta con tanto fragore, che parve l’intero palagio ne andasse in ruina. Trassero allora nel giardino in traccia del duca, per secondare le premure della madre, tutti i cavalieri e cortigiani che erano in corte, paurosi di un qualche disastro; ma Gisulfo, fattosi loro incontro con la sua solita aria giuliva, disse sorridendo: «riferite a mia madre che non sono le saette del cielo tanto indiscrete da ferire i principi». Durante l’età minore di questo duca, assunse il governo degli stati beneventani la madre Teodorata con la qualità di reggente, e questa ebbe molte propizie occasioni per compiere assai cose in favore della Chiesa. Infatti fu essa che primamente introdusse tra i longobardi la vita monastica e il culto dei santi, e oltre del mentovato monastero di S. Pietro, sondato negli ultimi anni del governo del duca Romoaldo, edisicò due altri monasteri di monache detti amendue di S. Maria, l’uno in Colesano e l'altro in Castanieto. L’impulso da lei dato si comunicò a tutti i più distinti beneventani, e tre nobilissimi giovani di nome Paldo, Tato e Taso, che, ostando alla volontà dei genitori, eransi dati a vita monastica, quantunque si fossero decisi a vivere in Francia, pure dissuasi dall’abate Tommaso di Farva, da essi visitato nel loro passaggio per Roma, si determinarono di far ritorno in patria; e nel principio dell’ottavo secolo sondarono a loro spese, alle foci del fiume Volturno, il celebre monastero di S. Vincenzo.

Gisulfo nell’anno 702, non si sa bene se per sola avidità di conquiste, o per reprimere i moti sediziosi suscitati in quel tempo in Roma e in altre provincie greche, si avanzò con un forte esercito nella Campania romana, e, dopo avere interamente devastata quell’ampio tratto di paese, conquistò le città di Sora, Arpino, Arce e Aquino. Egli erasi inoltrato sino ad Orrea, per cui gli era aperta davanti la via di Roma, allorché gli usci incontro una numerosa deputazio-