Pagina:Isernia - Istoria di Benevento II.djvu/139

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trione della stazione come il campo delle rose sul quale Manfredi cadde... È una campagna florida ed ubertosa, ricca di poggi, solcata da irrigue valli, chiusa quasi d’intorno da grosse montagne, certo, come campo di battaglia, uno dei meglio adatti terreni, che la storia additi.»

E anche il de Sivo, che studiò assai bene le tradizioni di queste contrade, scriveva nel suo racconto storico su Corrado Capece quanto segue: «Giù da quella dimora era un piano di forse cinque miglia quadrate, piuttosto verso il settentrione che verso il Ponente della città, detta allora S. Maria della Grandella o anche Roseto, il quale ultimo nome serba tuttodì. Colà Manfredi fermò alquanto i suoi passi, e, come quello che era maestro di battaglia, statuiva in suo pensiero che quivi seguir dovesse la guerresca fazione, perchè in mezzo fra Benevento ed i monti, d’onde l’inimico era per iscendere.»

E neanche ci fan difetto i monumenti per sostenere che la battaglia fatale a Manfredi fu combattuta nella pianura di Roseto. E di vero Giovanni Nicastro parla di un marmo rinvenuto ai suoi tempi nel casino della famiglia patrizia Colle in cui leggeasi una lunga iscrizione che ha principio con queste parole: Hac in regione, cui Petrae ad Rosetum vulgus nomen indidit, ac Manfredus Neapolis Rex Anno MCCLXVI.

L’egregio ingegnere Meomartini in una sua monografia sulla battaglia di Benevento, pubblicata due anni or sono, contraddice la riportata opinione per più ragioni.

Egli in primo luogo assume a dimostrare che i suindicati autori ed altri confondono le contrade di Roseto e di S. Maria della Grandella, le quali sono ben distanti l’una dall’altra, e non possono dirsi confinanti, perchè vengono separate dalla contrada Pamperotti. Aggiunge che S. Maria della Grandella dista quattro miglia da Benevento, e ciò è contrario a quanto scrissero il Villani ed altri cronisti i quali affermano che Carlo d’Angiò pose il campo a due sole miglia dalla città. E ritiene pure, appigliandosi al parere del Malespina e del continuatore di Iamsilla, che molti soldati di Manfredi, fuggendo dalla battaglia, trovarono la morte nel fiume, locchè non