Pagina:Istorie dello Stato di Urbino.djvu/126

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Libro Secondo. 87

In quel tempo essendo in gran discordia i Cittadini di essa, fù occupata da Malatesta da Verucchio, huomo di molto valore, il quale si come era capo della fattione Guelfa, così fù gran fautore dell'autorità Pontificia, da cui, e da gli suoi posteri sino all'Anno 1522. fù signoreggiata; come attesta Cesare Clementini nel terzo libro dell'Historie di Rimino, e da diversi altri Scrittori si raccoglie. Quantunque la Sede Apostolica, più volte dalle mani di questi habbia con efficaci sforzi tentato recuperarla; nulladimeno essendo i Malatesti da gli altri Prencipi aiutati, non hà potuto mai colpire; come specialmente nell'esperienza si vide, quando morì Gismondo, il quale non havendo heredi legitimi (benche nel suo Testamento, dal possesso di questo Prencipato esludesse Roberto suo figlio naturale, con laciarlo alla Chiesa) fù nulladimeno quello da Federico Feltrio, per ordine de' Prencipi collegati, non solo rimesso à forza nella Signoria; mà in tutto l'Essercito di Paolo Secondo sconfitto, che strettamente assediava la Città, e le faceva perciò violente contrasto, come racconta il Giustinelli Libro sesto della Vita del detto Federico.

E se bene Roberto fù nell'armi glorioso, si come dalle penne de gli Scrittori vien celebrato; non seguì perciò l'orme di lui Pandolfo suo figlio, e successore nella Signoria: Onde per la sua poca virtù, non essendo per loro Prencipe da i Riminesi raccolto, vendè à Venetiani le ragioni, che sopra di quel Dominio teneva. Il quale da essi fù posseduto, e la Città ben presidiata, per timore, che dalla Sede Apostolica, loro non fosse ritolta. Mà essendo rotto l'Essercito di quei Signori à Rivolta secca da Lodovico Decimosecondo Re di Francia, da i medesimi per gli Ecclesiastici acquitare, fù Rimino à Giulio Secondo Sommo Pontefice restituito. E quantunque dopò la morte di questo Papa, Sigismondo figlio di Pandolfo, da i suoi partiali Cittadini fosse nella Signoria richiamato; tutta volta venuto in Roma dalla Spagna il nuovo Pontefice Adriano Sesto li convenne à forza uscire di Rimino, e con suo vergognoso danno lasciarne il mal'acquistato possesso. Munì Adriano assai bene la Città, e con buon presidio di Soldati quadravala: Onde le speranze di Sigismondo, e de gli suoi fautori intepidirno in modo, che non osarono mai, sin ch'egli visse, tentare più il ritorno. Mà nel Castello Sant'Angelo assediato essendo Clementino Settimo Sommo Pontefice, vedendo il sudetto Sigismondo le cose temporali dell'Apostolica Sede tutte in iscompiglio, di nuovo tentò l'impresa, e riuscilli. Poi liberato Clemente, & aggiustate le cose più urgenti, applicò i pensieri alla liberazione di Rimino: Onde scacciatone il possessore, ne rihebbe il Dominio. Si ritirò, come in essilio, il disaventurato Sigismondo à Ferrara, ove in gran povertà visse alcuni anni, & in tal stato infelicemente morì.

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