Pagina:Istorie dello Stato di Urbino.djvu/41

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2 Dell'Historie de' Galli Senoni

nisio Alicarnaseo, e con essi Leandro Alberti, con altri mille celebri Scrittori. Et essercitandosi questi medesimi ne gli esperimenti de i sacrificij, che con pietosi affetti di vittime, e di lodi rendevan’ a Dio, furono Tusci perciò anco nomati. Così Plinio, e Manetone, con Festo Pompeo hanno scritto. E Facio nel 3. lib. del Ditamondo cantò in questi seguenti versi.

Tuscia dal Tuse le fù il nome messo,
Perche con quegli antichi il tempo casto,
Devoti a Dei sacrificavan spesso.

Menarono i Tusci per lungo spatio d’anni nel descritto paese vita felice. Ma essendo poscia in tal guisa cresciuti, che non rendendosi quella contrada a sostentarli bastevole, nel Triangolo famoso inondaron d’Italia, che descrisse Polibio al 2. lib. delle sue Historie, di cui tolte a forza trecento Città a gli Umbri, di quelle s’impadronirono, lasciando solo intatto l’Angolo, che nell’estremo della detta Italia, trà l’Adriatico giace, & i monti d’Alemagna: del quale per timore de Veneti, popoli della Paflagonia, che habitavanlo, non ardirono tentar l’impresa. Nè parendo a questi, ch’alla moltitudine loro le trecento Città, da cui cacciorno gli Umbri, fossero sofficienti; dell’altre assai più grandi n’edificorono, come Adria, Verona, Vicenza, Mantoa, Bergamo, Trento, Como, Vercelli, Novara, Parma, Reggio di Lepido, e Bologna. Laonde avvenne, che fatti oltre modo grandi, facilmente non solo poterono d’Italia intitolarsi Signori: mà etiandio de i Mari, che la fiancheggiano, tenendo per guardia di quelli, due grosse armate; e per autenticare sopra di essi la padronanza loro, vollero anco all’uno, & all’altro imporre il nome, quello, che all’Ostro mira, dal proprio chiamando Tirreno, e questo alla parte opposta, che risguarda Borea, da Adria Colonia loro Adriatico Mare. Trovandosi questi popoli temuti nel colmo della volubile Fortuna, e per le continue felicità resi insolenti, della Giustitia, all’huomo connaturale, scordaronsi: & assai più della verace Religione, da i loro Maggiori (come si disse) appresa, e con pura fede per lo corso di tanti anni essercitata. Anzi del tutto divenuti sacrileghi, e superstitiosi, rendevano gli honori, che solo a Dio dovevansi, a i Demonij dell’Inferno, usurpatori sfacciati dei culti latrij. Onde a gli Augurij, & à gli Auspicij intenti, di sì nefandi errori maestri si fecero, insegnandoli con fatica, e studio a Romani, che poscia da questi fascinati, non trovonsi Demonio, che ne gli abissi havesse Prelatura a cui non erigessero in Roma Tempij, addrizzassero statue, o consacrassero Altari, & a quello sotto nome di qualche persona insigne, non porgessero incensi, sacrificij, e lodi, per la fede, che gli antichi Dottori ne fanno, e specialmente l’Alicarnaseo, che della cecità di queste genti a lungo parla. E tale era il possesso, che sopra de’ Tusci teneva l’empio Demonio, ch’osò più volte personalmente