Pagina:Istorie dello Stato di Urbino.djvu/43

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4 Dell'Historie de' Galli Senoni

con tanta felicità regnò, che vidde il suo Popolo così aumentato, che le ampie campagne del suo gran Regno non rendevansi a poterlo alimentare bastevoli. Onde volendo egli à i bisogni de gli suoi sudditi provedere; essendo ottimo Prencipe, & perciochè quelli non men che figli, teneramente amasse, fece di tutta la gioventù al suo Dominio soggetta, una generale risegna: e fatta scielta de' più robusti, e de' più atti al maneggio dell'armi, due numerosi esserciti ne formò, di cui uno consegnò à Belloveso, e l'altro à Sigoveso, amendue di una sua sorella figliuoli. E fatti secondo la consuetudine di quei tempi sacrificij alli Dei, e presi gli augurij sopra il camino da farsi per lo meglio, gittarono le sorti, dalle quali fù astretto Sigoveso di pigliar il più pericoloso della selva Ercina, verso l'Alemagna: e Belloveso al contrario verso gl'incogniti paesi de gli aspri monti Taurini, per discendere in Italia. Et essendosi già questi con il suo numerosissimo essercito posto in viaggio, in pochi giorni alle radici gionse de gli accennati Monti, di cui ben considerato havendo l'asprezza, e l'incredibile altura, che sembra passar le nubi, e confinar con il Cielo, restò di spavento, e di confusione ripieno, istimando impossibile affatto di potere si scoscese, e smisurata Mole varcare, ivi con gli suoi si restrinse, e come assediato alcuni pochi giorni fermossi. E mentre andavano consultando ciò che dovean per commune scampo eleggere, avisati furono, come in quel medesimo tempo à lidi Marsiliensi erano gionte di fresco certe navi de Focesi, che dalla Grecia partiti, andavan cercando terreno per fermarvi la stanza. Et havendo ivi questo da paesani cercato, mà da quelli ributtati essendo, disperatamente alla partenza disponevansi, per tentare altrove sopra di ciò la sorte. Da compassionevole affetto in udire le miserie di quei poveri vagabondi mossi gli Celti, e misurando co' proprij loro, i travagli altrui, risolverono di pigliare la protettione loro; Che però tosto armati, de i medesimi alla difesa uscirono; & havendo raffrenato l'empito de' Paesani, di quel dilitioso terreno li posero in possesso, assicurandoli anco nell'avvenire, che illesi restarebbero da ogni hostile incontro. I felici eventi di questa gente, presi essendo da i Galli come prodigij della buona lor sorte, che in Italia incontrare dovevano, scacciato ogni timore da i petti, si risolsero di generosamente arrischiarsi a passaggio de i sopradetti monti, cosa non più (come asserisce Livio) per l'adietro da vivente alcuno tentata; e nel salire mostrando ciascheduno animo, e cuore, superata la difficoltà con la fortezza, felicemente riuscì loro l'impresa, e con gran giubilo, senza che pure in così aspro viaggio uno di essi mancato fosse, trovaronsi nella bramata Italia, e ne l'incontri primieri, scoprendo le delitie impensate, e l'amenità del Paese, con voci allegre, e con applausi lieti la salutarono, in quell'istesso modo, che dopò molti anni fece Marone, nel secondo delle Georgiche in questi versi.