Pagina:Italia - 28 maggio 1992, Giuramento e messaggio del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.djvu/6

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Camera dei Deputati -234- Senato della Repubblica

xi legislatura - discussioni - seduta del 28 maggio 1992


non si rimarginano; penso alle famiglie innocenti travolte, per colpa della droga, dalla sofferenza di taluno dei loro componenti, ma penso con riconoscenza ed ammirazione a tutti coloro che nelle strutture pubbliche, nelle innumerevoli iniziative private e nel meritorio ed indispensabile volontariato aiutano a risorgere, riaccendono speranze, ridonano vita e dignità a chi dispera e si accascia nella desolazione e nel tedio.

E proprio a questo punto, dinanzi a questa fioritura di attività, impregnate di intelligenza e di amore e di dedizione, vorrei sostare un solo istante per rivolgere pensiero e ammirazione e saluto alle donne (Vivi, generali applausi), a coloro che sono impegnate nei problemi familiari a nelle attività di lavoro, le più diverse, o assorbite in compiti amministrativi o investite di responsabilità politiche. Nella lunga permanenza in questa Camera, ho ben presenti figure eminenti di colleghe di ogni parte e sono vive nella mia memoria amministratrici capaci e limpide. Non credo fuori luogo che da questa Assemblea parta un auspicio e un invito perché maggiore spazio venga dato all’intelligenza vivace, alla volontà politica coraggiosa, alla umana sensibilità, alla perseverante trasparenza che la donna sa portare nell’adempimento delle più diverse e gravi responsabilità (Vivi, generali applausi).

Vorrei rivolgere una parola ai giovani, una parola di comprensione, di entusiasmo, di speranza; ma ho pensato che, se fossi un giovane, forse non l’ascolterei volentieri. Ed allora, siamo noi ad avere grave responsabilità perché i giovani non perdano la visione e la fede nei valori fondamentali dell’uomo.

Siamo noi a dover presentare ai giovani valori vissuti, incarnati e non solo proclamati e predicati in stridente contrasto con il nostro operare. Siamo noi a dover dimostrare che, se si crede in valori veri, non cede l’entusiasmo con il passare degli anni, poiché la verità non muore mai. Siamo noi a dover ricordare un monito altissimo sempre vivo e vero: questa società ha bisogno, più che di maestri, di testimoni.

È per questi motivi che diventa vitale cercare un denominatore comune nell’attuale realtà politica, denominatore il più vasto ed il più valido. In questo denominatore è la via per l’incontro tra forze politiche diverse e forse lontane; qui il segreto che fece trovare intese insperate, incredibili, quando scrivemmo la Costituzione; qui la sostanza del mio giuramento e del mio impegno al servizio di tutti, perché di tutti è lo Stato, di tutti la Repubblica: sì, proprio di tutti!

Rileggo le parole che mi scrisse De Gasperi il 6 agosto del 1954, a pochi giorni dalla morte, «una morte come quella di un antico patriarca», scrisse Saragat. «Quello che ci dobbiamo soprattutto trasmettere l’uno all’altro è il senso del servizio del prossimo come ce lo ha indicato il Signore, tradotto ed attuato nelle forme più larghe della solidarietà umana, senza menar vanto dell’ispirazione profonda che ci muove ed in modo che l’eloquenza dei fatti tradisca la sorgente del nostro umanitarismo e della nostra socialità».

Mi ritornano vive le parole che udii in quest’aula il 27 luglio del 1947 da Luigi Einaudi, mio eccelso predecessore, eletto proprio nello stesso mese di maggio del 1948: «Esiste in questo nostro vecchio continente un vuoto ideale spaventoso». E proseguì Einaudi: «La vera indipendenza dei popoli non consiste nelle armi, nelle barriere doganali, nelle limitazioni dei sistemi ferroviari, fluviali ed altri, bensì nella scuola, nelle arti, nei costumi, nelle istituzioni culturali ed in tutto ciò che dà vita allo spirito e fa sì che ogni popolo sappia contribuire alla vita spirituale di altri popoli»; e concluse richiamando il dovere di salvare quel che di divino e di umano esiste ancora nella travagliata società presente.

Onorevoli senatori ed onorevoli deputati, per queste ragioni il mio «evviva» che dovrebbe concludere il messaggio si concreta nell’impegno dell’adempimento del mio dovere, nella forza della fede negli ideali, nella volontà di servire il popolo italiano ad ogni costo e ad ogni prezzo.

È impegno che io assumo davanti a Dio e al popolo italiano. È impegno per l’uomo, per ogni uomo. È impegno per la Repubblica. Signori, è impegno per l’Italia!

Grazie.