Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/130

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110 illustri italiani

non sono schiuse le porte della Concordia? perchè meni nel fôro arcieri d’ogni nazione, e massime barbari Iturei? Per assicurarlo, tu dici. Or non è meglio morir mille volte, che nella propria città non poter vivere senza sentinelle? Ma qui, credilo, non v’è presidio alcuno: conviene esser munito della benevolenza de’ cittadini, non d’armi. Queste il popolo romano te le strapperà, deh, sia noi salvi! ma comunque tu operi con noi, finchè userai di tali consigli, credimi, non potrai a lungo durare. Dolce è il nome di pace, salutare l’averla; ma fra pace e servitù gran divario corre. La pace è tranquilla libertà; la servitù, sommo dei mali, devesi allontanare non colla guerra soltanto ma eziandio colla morte. Che se quei nostri liberatori si sottrassero agli occhi nostri, ci lasciarono però l’esempio del fatto. Compirono essi quel che nessun altro. Bruto perseguitò Tarquinio, che fu re quando esser re poteasi in Roma; Cassio e Melio Spurii e Marco Manlio per sospetto d’ambir il regno furono uccisi; quei primi assalirono colle spade, non chi ambiva il regno, ma chi già regnava. Il qual fatto, per sè stesso insigne e divino, è proposto all’imitazione; ed essi ne conseguirono tal gloria, quale appena sembra potersi dal cielo contenere. Giacchè, quantunque nella coscienza stessa fosse il frutto della bellissima impresa, pure non credo che uom mortale deva sprezzarne l’immortalità. Ma se la lode non può indur te ad operar rette cose, neppure la paura non ti potrà ritenere dalle turpissime? Non temi i giudizj? se per innocenza, ti lodo; se per violenza, non comprendi che cosa abbia a temere chi in tal modo i giudizj non paventa? Che se non temi i forti ed egregi cittadini, tenuti lontani dal corpo tuo coll’armi; i tuoi stessi, credimelo, non ti comporteranno a lungo. Or che vita è mai il temere de’ tuoi notte e dì? se pure tu non te li legassi con benefìzj, più che non abbia fatto quest’altro con coloro da cui fu ucciso. Che se in cosa alcuna potessi con lui paragonarti, in lui fu ingegno, senno, memoria, letteratura, attenzione, meditazione, diligenza; compì imprese disastrose alla repubblica, ma pur grandi; per molti anni ruminò il regno; con gran fatica e grandi pericoli effettuò il suo pensiero; con spettacoli e monumenti e donativi e mense allucinava l’ignara moltitudine; i suoi coi premj, gli avversar con aspetto di clemenza erasi amicati; in una città già libera aveva indotto l’abitudine del servire, parte col timore, parte colla pazienza. Con lui poss’io paragonar te nella cupidigia di regnare; ma in nessun’altra cosa. Fra tanti guaj ch’esso