Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/135

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Cicerone 115

ed inganno. La vanità dovea togliergli pure d’esser buono storico, cioè sincero, s’anche il suo fare da retore non l’avesse portato ad aver la mira alla forma più che ad altro.

Oscillante volontà, debolezza di propender sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa avvedutezza ne’ politici maneggi, inettitudine a innestare sull’antico ceppo patrio le nuove gemme, vengono a macchiare la splendida memoria di quest’uomo, d’altra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile nell’operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare, vuole il consolato non pel vigore de’ fasci, ma per la pompa della sedia curule; dal rispetto umano trae un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma dalla vanità è reso stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare e da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso, eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando il vede posto in dubbio: sopra ogni atto suo e degli altri distende lo splendido velo dell’arte e dell’eloquenza. La posterità, malgrado i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco della pubblica indignazione i contro ribaldi, da’ cui coltelli non era chi l’assicurasse?

Del resto buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle brigate1, per Roma faceano fortuna le sue arguzie, che furono raccolte poi da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciascun ricco in testamento lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni di sesterzj2, onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s’astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso d’arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva l’anno ingente somma.

Nella vita privata troveremo in lui (come, fino a un certo grado, in tutti i migliori, anche sotto l’influsso di moventi più sacri e alla scorta di divino lume) una mescolanza di virtù e di vizj, un tessuto

  1. «Non multi cibi hospitem, sed multi joci». Ad Famil. IX, 26.
  2. Philipp. II, 32.