Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/142

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122 illustri italiani

d’espressione, lontanissima dalla fiorita affettazione che prevalse più tardi, un felice accoppiamento dell’ingegno e del gusto. D’inestimabil pregio riescono poi quelle epistole se le consideriamo quale specchio de’ sentimenti e delle opinioni dello scrittore, e rivelatrici perpetue di molte di quelle impercettibili gradazioni di carattere che lo storico non può rappresentare nella narrazion generale: e ci addimesticano coi guerrieri e cogli statisti che parlano o dei quali parlano, così nella vita pubblica come nella privata. Non più circondati di scenica pompa, essi depongono quel loro favoloso eroismo, e ci stanno dinanzi con tutte le ordinarie passioni e follie dell’umanità; e collegati nei sentimenti d’un dolore comune, espongono la porzione che in particolare soffriva ciascuno de’ guai comuni, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso: le tumultuose scene rappresentate nelle Provincie o per le vie di Roma, risuscitano come per incanto. Non essendo destiniate alla posterità, rivelano l’uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue e le virtù, le speranze e le debolezze, colle impressioni del momento, con mille particolarità che l’amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi1.

  1. Sono ottocensessantaquattro lettere; più di novanta scritte da altri. Quelle ad Attico precedono il consolato di Cicerone; le altre vanno dal 692 sino a quattro mesi prima della morte di lui. Alcune sono vergate coll’intenzione che andassero attorno, e specialmente la lunga al fratello Quinto, dove espone la propria amministrazione proconsolare dell’Asia minore.
    È noto che molte opere degli antichi perirono allorchè, incarendosi pel chiusa Egitto la carta, si rase la primitiva scrittura per sovrapporne una nuova. Si suol dare colpa ai frati di questo artifizio; eppure Cicerone convince che fino a’ suoi tempi si praticava. — Ut ad epistolas tuas redeam, cætera belle; nam quod in palimpsesto, laudo equidem parcimoniam; sed miror quid in illa chartula fuerit, quod delere malueris quam excribere, nisi forte tuas formulas; non enim puto te meas epistolas delere, ut deponas tuas. An hoc significas nil fieri? frigere te? ne chartam quidem tibi suppeditare?» Ad fam. VII, 18.
    Ne appare anche il nessun rispetto al secreto delle lettere, e quanto poco si distinguessero i caratteri. Cicerone incarica Attico di scrivere in vece sua. — Tu velim et Basilio, et quibus præterea videbitur conscribas nomine meo. XI, 5; XII, 19. Quod literas, quibus putas opus esse curas dandas, facis commode». XI, 7; e così 8, 12 e spesso. Talvolta accenna di scrivere di proprio pugno, quasi il suo più grande amico non potesse riconoscerlo: Hoc manu mea, XIII, 28. Altrove dice allo stesso: — Ho creduto riconoscere la mano d’Alessi nella tua lettera» (XV, 15); e Alessi era il