Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/152

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132 illustri italiani

maggiore che non le larghezze onde i grandi di Roma blandivano il popolo1: estende anzi la patria a tutto il mondo, volendo che l’umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando diritti anche per gli stranieri: fin degli schiavi si cura, volendo vi si abbia riguardo, quanto almeno agli armenti2. Ma il patriotismo e gl’istinti pagani ricompaiono: Fontejo è accusato di estorsioni e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? son Barbari, persone in brache e sajo. Chi testimonia per lui? cittadini romani. Il più nobile de’ Galli potrebb’essere messo in bilancia coll’infimo de’ Romani?»

Pure le applicazioni il più delle volte sono generose: e se pone alquanto della natura sua allorchè predica doversi seguitare la virtù in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare i tempi, e adattarsi alla procella nel navigare3, piace nella Roma di Silla e di Marcantonio l’udirlo proclamare che scopo della guerra è la pace, e non doversi quella intraprendere che per rimuovere l’offesa4. Queste aspirazioni pacifiche in verità erano comuni al cadere della repubblica, quando della guerra sentivansi tutti i danni e la spossatezza che suol seguirne. Come letterato poi preferisce la toga alle armi, e trova feroce il precipitarsi ciecamente alla strage, e lottar corpo a corpo col nemico, e vi antepone la gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e all’umanità.

Come Aristotele, predilegeva un governo misto. Egli ci offre belle esposizioni e descrizioni della legge, del diritto, degli intimi rapporti di questo coll’onestà e la morale, volendone dedurre la scienza non dalle XII Tavole o dall’Editto pretorio, ma dalla natura del-

  1. De off. II, 18, 16.
  2. «Quum se non unius circumdatum manibus loci, sed civem totius mundi quasi unius urbis agnoverit». De leg. I, 23. — Qui autem civium rationem dicunt habendam, externorum negant, ii dirimunt communem humani generis societatem: qua sublata, beneficentia, liberalitas, bonitas et justitia funditus tolluntur». De off. III, 6.
    «Est autem non modo ejus qui servis, qui mulis pecudibus præsit, eorum quibus praesit commodis utilitatique servire». Ad Quintum, I, 1, 8»; e più generosamente De off. I, 13: «Est infima conditio et fortuna servorum: quibus non male præcipiunt qui ita jubent uti ut mercenariis; operam exigendam, justa præbenda».
  3. «Ita sequi virtutem debemus, ut valetudinem non in postremis ponamus. Temporibus assentiri sapientis est. In navigando tempestati obsequi artis est».
  4. «Bellum ita suscipiatur, ut nihil aliud pax quæsita videatur.... Suscipienda. sunt bella ob eam causam, ut sine injuria in pace vivatur». De offic., e vedi I, 23.