Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/167

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Niccolò e Matteo Polo veneziani, savj e avveduti mercanti d’antica famiglia proveniente dalla Dalmazia, verso il 1260 passarono da Costantinopoli a Soldadia in Crimea, indi al nord lungo il Volga e alla Corte mongola di Capciak, poi con un persiano ambasciadore raggiunsero a Chemen-fu l’orda di Kublai-kan, successore di quel Chingis-kan, che aveva esteso il suo dominio dal cuore dell’Asia fino alla Cina, e atterrito di ultima rovina tutta la cristianità. Kublai, a differenza dei feroci imperatori musulmani di quel tempo1, era tollerante di tutte le religioni; e per quanto terribile distruttore di molte dinastie, accolse con maniere cortesi i due italiani, deliziandosi d’essere da loro informato de’ costumi e della religione dei loro paesi, e «come l’imperadore mantenea sua signoria, e come mantenea l’impero in giustizia, e de’ modi delle guerre e delle osti e delle battaglie di qua, e di messer lo papa e della condizione della Chiesa romana, e dei re e de’ principi del paese.... E quando il Gran

  1. Bibars, quarto sultano mammalucco del Cairo, nel 1270, cioè quando i Polo viaggiavano in Asia, scriveva a Boemondo re d’Antiochia: — Siamo entrati in Antiochia, colla scimitarra in pugno, l’ora quarta di sabato, quarto giorno del ramadan. Perchè non fosti tu là a vedere i tuoi cavalieri schiacciati sotto le zampe de’ miei cavalli, i tuoi palazzi saccheggiati e ridotti in cenere, i tuoi tesori presi e pesati, le tue donne vendute a fascio colle tue spoglie? Perchè non fosti là a contemplare i tuoi tempj distrutti, le tue croci rovesciate, i tuoi vangeli bruciati? Avresti veduto l’Islam tuo nemico calpestare il Santo dei Santi; il monaco, il preter il diacono sgozzati sull’altare; i principj del sangue reale trascinati in schiavitù; le chiese di Paolo e Cosma ingojate da un mare di fuoco, e senza dubbio avresti esclamato — Piacesse al cielo che io fossi ridotto in polvere!» Siccome neppure uno de’ tuoi s’è salvato per poter recarti questo annunzio, te lo mando io stesso».