Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/239

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alberto radicati 219

chessia: (rispose l’accorto cortigiano) se il re mi biasimasse, tacerei».

Vittorio l’assicurò della sua protezione: tornasse domani. E al domani lo interrogò se conoscesse a fondo i diritti delle due podestà. Il Radicati rispose averne fatto lo studio di tutta la sua vita: e se tutti ne sapessero altrettanto, nessun principe accetterebbe nel suo Stato altra podestà fuor della propria.

— Ma se così operassero, che diventerebbe l’autorità della Chiesa? » dimandò il principe.

— Diventerebbe una chimera, qual è veramente.

— Comprendete voi tutto il peso delle vostre parole quando trattate di chimera l’autorità che i papi tengono da Dio?

— Maestà sì, la conosco, e mi darebbe il cuore di mostrarle che tale autorità, non che venire da Dio, repugna al vangelo.

— Ma diminuendo questa autorità, non si correrebbe rischio di turbare la tranquillità pubblica?

— Mi permetta vostra maestà di non crederlo, qualora l’impresa fosse assunta da principe saggio quanto Vittorio Amedeo. Il senato di Venezia ha pur potuto mettere freno alle esorbitanze del clero, malgrado i dispareri che nascono nelle assemblee numerose. Quanto più sarebbe agevole a principe, che non dee consultare se non la propria volontà?»

Pochi giorni appresso, il re tornava a chiamarlo, e gli disse come le sue ragioni gli avessero fatto colpo, ma per restarne meglio convinto occorreagli di vederle rinfiancate con altre; ed esposte in iscritto per pesarle ad agio: il facesse, e mettesse cura di non asserire cosa senza provarla.

Il Radicati si pose all’opera, e già avevala ben avanzata quando si sparse voce di accordi fra Torino e Roma; al Radicati parve che il re nol ricevesse più colla cordialità di prima, nè in udienze private: che i magnati della Corte stessero seco sul grave; che frati e preti ridessero di lui, come già sovrastasse il giorno delle vendette. Son fantasie, con cui si piacciono alcuni da atteggiarsi perseguitati: fatto è che, non tenendosi più sicuro, uscì di Piemonte e passò in Inghilterra. Il marchese d’Aix, che colà stava ambasciadore del re, gli fece sapere come avesse avuto torto di abbandonare il Piemonte, dove nulla a temere v’aveva, nè il re cesserebbe di tenerlo in protezione. Pertanto deliberò rimpatriare: ma giunsegli ordine di