Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/471

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gregorio vii 447

e che pativa dalla corruzione del clero e mal comportava si sprecassero in reo lusso le ricchezze concedute alle chiese per sollievo de’ poveri, e che dal rigore de’ monaci era stato avvezzo a considerare come perfezione il celibato, vigorosamente sostenne il decreto del papa che l’imponeva, maltrattò i renitenti, li respingeva dagli altari o fuggiva dai loro sacrifizj; onde quella disciplina prevalse, dopo quasi un secolo di contrasti1. Lo sciogliere i sacerdoti dai legami della famiglia, assicurava una milizia devota interamente al pontefice, e intenta a saldarne la potestà; toglieva che le dignità passassero per retaggio, anzichè essere attribuite per merito; nè divenissero beni di famiglia quelli che erano stati commessi alle chiese come patrimonio universale dei poveretti.

Il patriarca di Aquileja, dopo la quistione dei Tre Capitoli, era rimasto buona pezza a capo di quanti vescovi reluttavano alle decisioni del pontefice; alfine piegò anch’esso, ed ora nel ricevere il pallio dovette dare un giuramento (1079), che poi si estese agli altri metropoliti e ai vescovi nominati direttamente da Roma; ove s’obbligavano al modo stesso che i vassalli ai signori, cioè di serbare fedeltà al pontefice, non fare trama contro di lui nè rivelarne i secreti, difendere a tutta possa la primizia della Chiesa romana e le giustizie di San Pietro, assistere ai sinodi convocati dal papa, riceverne orrevolmente i legati, non comunicare con chi da esso fosse scomunicato: di poi vi s’aggiunse di visitare ogni tre anni le soglie

  1. Il cronista Arnolfo da principio mostrasi caldissimo dell’indipendenza della Chiesa milanese dalla romana, disapprovando altamente la plebe che tumultuava contro gli eretici. Ma dopochè nel 1077 fa parte dell’ambasceria con cui i Milanesi implorarono perdono da Gregorio VII, cangiò stile, protestando «non dissentire punto da quelli che riprovavano le consacrazioni simoniache e l’incontinenza dei preti (lib. IV, 12); oggimai vedere ben altrimenti di prima, e confrontando il presente col passato, arrossire non già pei barbarismi del suo stile, ma d’avere sventatamente riferito i fatti e i detti altrui: «cumque præteritis præsentia scriptis seribenda conferret, rubore perfusum fideliter erubescere, nec barbarismos in verbis egisse, sed aliorum qualibet dieta vel facta temere indicasse confundi» (IV, 13). Col che veramente indica piuttosto aver imprudentemente recato fatti e detti, che non mentito alla verità.
    Landolfo Seniore invece, parteggiando affatto per l’indipendenza della Chiesa milanese, non solo svisa i fatti contemporanei, ma anche i antecedenti, volendo sempre esporli come tipo e specchio de’ presenti; esalta tutti i vescovi precedenti, e massime Eriberto da Cantù; trova le virtù e i meriti tutti ne’ concubinarj, asserendo con leggerezza e mentendo con impudenza come avviene de’ settarj.