Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/505

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scipione ricci 481

molti suffragi dopo la mia morte, poichè la soppressione della mia religione me ne priva di molte migliaja, ecc.».

La carta quivi accennata era una protesta dell’innocenza sua e della sua Compagnia contro le incolpazioni ch’erangli date; ed è scritta tutta di suo pugno, come anche il sunto del processo ch’ebbe a subire, e ch’egli desiderava fosse conosciuto, affinchè il mondo non ne avesse informazioni bugiarde. Vi trovammo inoltre una lettera del laico Giovan Maria Orlandi, da Roma il, 1.° dicembre 1775, ove ragguaglia Scipione degli ultimi momenti di quel pio:

— Essendomi toccata la sorte di servire il reverendo padre Lorenzo de Ricci, già fu nostro proposito generale, non manco darle parte, come il medesimo mi impose nella sua ultima e penosa malattia, di raccomandarlo a Sua Divina Maestà con delle messe.... Ha pregato che siano rimunerati tutti quelli che l’hanno servito sì in vita come in morte. Ha pregato che si rimandi quella croce di ebano, la quale gli fu lasciata dal suo signor fratello, desiderando l’abbia lei per sua memoria...

«Non le posso esprimere la rassegnazione e gli atti buoni che faceva. Già subito che si ammalò diceva: — Signore, il vicario di Cristo diceva che m’avrebbe liberato presto e bene: giacchè non l’ha potuto fare lui, fatelo voi presto e bene, acciò non vi abbia più da offendere». Poi, prima di ricevere il santo viatico, fece una protesta avanti al Santissimo, che fece piangere tutti, della innocenza sua e de’ suoi religiosi: questa protesta suppongo che l’averà avuta da altri, onde, per non crescer plico, non gliela mando».

Ci sta pure una nota di quanto il generale, avanti morire, disse a don Giuseppe Nava, e la lista di varj oggetti, de’ quali, come appartenenza sua particolare, disponeva in ricordi ad amici.

Tutto ciò noi ricaviamo dalle carte di Scipione Ricci, le quali, benissimo ordinate da lui in centotto filze, furono conservate dalla sua famiglia, poi compre dal granduca Leopoldo II, dal cui gabinetto passarono nell’archivio di Stato di Firenze. Ma prima s’erano lasciate a disposizione del De Potter, vescovo apostata e autore d’una Storia del cristianesimo, nella quale demolì tanto, ch’egli stesso indietreggiò sbigottito. Su quelle carte, o massime sull’autobiografia, il De Potter stese una vita di Scipione Ricci, che è piuttosto una diatriba di poco criterio e meno prudenza, diretta a magnificarlo come eresiarca. Noi rivedemmo quell’amplissimo carteggio, e ci parve

CantùIllustri italiani, vol. I. 31