Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/517

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scipione ricci 493


Il secolo nostro ha men che mai il diritto di meravigliare se intitolavansi liberali quei che fiancheggiavano l’assolutismo dei re, e che trovavano favore principalmente dai principi austriaci di Lombardia e di Toscana. Tali erano in generale i legulej per abitudine antica i magistrati per desiderio di soperchiare; il bel mondo per ispasso. A gloria d’essi Austriaci mancava che anche i vescovi si contrapponessero al papa, e in fatto al congresso di Ems i prelati di Germania, sotto la presidenza dei prìncipi elettori del Reno e del primate di Salisburgo, auspice Giuseppe II, clamorosamente contrastarono di giurisdizioni con Pio VI. Volle imitarli l’Italia, dove però i campioni della stretta ortodossia non erano minori in numero e valore che gli oppositori.

La vicinanza della Toscana agli Stati Pontifizj avea moltiplicato i punti di contatto, e in conseguenza di conflitto fra i due Governi; e il liberalismo di que’ ministri si pompeggiava nel sottrarre facoltà a Roma per arrogarle ai principi. Fin il debole Gian Gastone, ultimo de’ Medici, avea proibito all’arcivescovo Martelli di pubblicare il sinodo diocesano, e intimavagli che esso «non può ingerirsi che nel mero spirituale, e non vogliamo proceda contro i laici con pene temporali, per qualunque titolo potesse allegare». Francesco di Lorena, ispirato da Giulio Ruccelaj capo della giurisdizione e avversissimo alle pretensioni ecclesiastiche, limitò gli acquisti delle manimorte, tolse al Sant’Uffizio la censura dei libri, e ne’ processi gli aggiunse due assessori.

Pure al nunzio competevano sempre la giurisdizione ecclesiastica, il conceder alcune indulgenze e dispense per peccati occulti o casi riservati e per mangiare grasso, il commutare voti, legittimare spurj, vendere o livellare beni ecclesiastici, ed altri attributi che pareano incomportabili colle nuove idee dell’onnipotenza principesca. Pietro Leopoldo, aspirando alle lodi dei Giansenisti e de’ filosofi, tolse ad imitare suo fratello Giuseppe II, il cui distintivo fu l’avversione ai clero: sicchè pose la mano negli ordinamenti della Chiesa con ruvidezza e dispregio; cassò il tribunale di nunziatura e l’immunità de’ beni ecclesiastici, gli asili, il mendicare; abolì duemilacinquecento confraternite, tutti gli eremi e molte fraterie, tra cui, con comune dispiacere, i Barnabiti, che applicavansi all’istruire con gran soddisfazione de’ genitori; limitò le monacazioni; vietò i pellegrinaggi e qualunque pubblica devozione non autorata dal Governo; e le