Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/82

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62 illustri italiani

era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all’ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni1. Queste scuole però diventavano palestra di dispute vane, d’artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobardo e Lucio Licinio Grasso credettero bene riprovarle, come repugnanti all’uso dei maggiori.

Cicerone cominciò dai versi, come soleano indocti doctique; ma nella poesia poco s’illustrò; colpa in parte de’ soggetti, i quali erano o descrizioni come il Pontio Glauco e il Nilo, o didascalici come i Prati e la traduzione dei Fenomeni d’Arato, o storici come Mario e più tardi il proprio consolato. Assunta a sedici anni la toga virile, studiò il diritto alla scuola dei due Scevola, e più ai dibattimenti del fôro. Distrattosene alquanto per militare nella guerra degli Alleati, subito ritorna a Roma ad ascoltare i greci filosofi e sofisti d’ogni opinione, che vi affluivano come a bottega. Poichè, se nel diritto e nella politica che colà andavano compagni, egli prese per modello i Romani, sentì la necessità di ajutarsi colla coltura greca.

Di ventisei anni fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino. Un liberto di Silla volea far reo di morte costui per gola di spogliarlo; Cicerone ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque però il vedere un giovane alzarsi in favore dell’umanità che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l’iniquità a coloro che fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighieri; piacque l’udirgli dire: — Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare a tale soperchieria: ripararvi essi non osano per la nequizia dei tempi».

Piacque poi agli uditori quell’eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava sovrabbondante. Ma anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi ad un principiante, egli andò a viaggiar la Grecia e l’Asia, a farsi iniziare ne’ misteri eleusini, e a

  1. Svetonio, De claris rhel., II.