Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/83

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Cirerone 63

perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto dei retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne’ giovani; e udendolo declamare, — Ahimè I (esclamò) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell’eloquenza».

Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme; acquistò l’ammirazione dei Romani, spiegando una fluidità qual conveniva all’imponente gravità delle forme romane, siccome l’energica concisione demosteniana s’addiceva alla vivacità impaziente e sottile degli Ateniesi. Ma a divenire grande oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza per gli altri, l’amore de’ suoi, una portentosa operosità, un acume esteso e penetrante, e aggiungiamo anche un buon dato d’immaginazione, per cui spesso ravvisava il presente e l’avvenire con occhi passionati. Nessuno creda fossero veramente recitate le orazioni sue quali le leggiamo: teneva in pronto alcuni esordj; poi, preso calore, s’abbandonava alla foga dell’improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que’ lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo1.

  1. A Tirone, liberto di Tullio, attribuiscono l’invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che Cicerone scrivesse le orazioni dopo averle recitate, lo attesta egli stesso: — An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et praeteritis, orationes scribimus? num irati scribimus?» Tuscul., VI, 25. «Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur». Brutus, 24. Nei momenti d’ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di metter la stessa a due diversi lavori. — Nunc negligentiam meam cognosce. De Gloria librum ad te misi; at in eo proæmium idem est quod in Academico lertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proæmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliqoud σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi, ecc.» Ad Attico, XVI, 6. Un’altra disattenzione sua ci occorre nel lib. V De Finibus, ove finge che gl’interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch’egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa, se non di discolpa a noi scrittorelli.