Pagina:Jolanda - Dal mio verziere, Cappelli, 1910.djvu/117

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 115 —

cevo appello poc’anzi, solleciteranno il vostro aiuto, il vostro consiglio, la vostra approvazione.... adagio, non di tutti — di quelli che se ne mostreranno degni.

Ma, ahimè! dimenticavo che proprio questi non hanno tempo da perdere per noi, per i loro figliuoli. Preferiscono stillarsi il cervello a rifare gli uomini già fatti, piuttosto che a crescer bene quelli che sono da fare... Tutt’al più, passando, tra un programma elettorale e un articolo di sociologia, ci dicono bruscamente: «Così non va, non siete atte ad educare le generazioni dei tempi nuovi, voi non avete il capo che ai gioielli e ai merletti, vergogna!» E non pensano neanche per ombra che se la coscienza e la dignità della donna sono così abbassate, la colpa in massima parte incombe su di loro.

Madre è una parola grave, una parola austera, una parola che invecchia, che implica una rete di doveri grandi e piccini che gli uomini, egoisti per eccellenza, sono annoiati di rispettare. Essi considerano riempite di trascuranza, di sprezzo, di puerilità tutte le ore che la donna non dedica a loro, anche se le impiega intorno alla culla del loro figliuolo. Quando una donna è madre, la si abbandona alla sua creatura o la si fa disertare.

Rarissimamente l’uomo le sacrificherà una delle sue ore di libertà randagia — le dirà la bellezza e la bontà e la poesia della sua missione — l’animerà nelle difficoltà e nei travagli della sua vita. L’uomo apprezza la sportwoman, l’artista, l’ispiratrice, l’appassionata, tutto ciò che ha foggiato lui; ma le tenere e timide virtù, che germinano spontanee in ogni cuore di giovinetta, egli trascura sbadatamente volontariamente finchè illanguidiscono e si spengono. Qual innamorato, qual pretendente alla mano