Pagina:L'aes grave del Museo Kircheriano.djvu/28

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12 prefazione

monumenti che vuol descrivere. Le parole di lui son queste. „Aes signatum est nota pecudum, unde et pecunia dicta.„ E poco appresso: „Nota aeris fuit ex altera parte Ianus geminus, ex altera rostrum navis : in triente vero et quadrante rates„. Le parole in nostra favella suonano cosi. Si volle che l’aes grave avesse per sua impronta la pecora, dalla quale prese il nome di pecunia. O più veramente, le imagini dell’aes grave furono da una parte il Giano dalla doppia testa, dall’altra un rostro di nave, che nel triente e nel quadrante mutavasi in una zattera „.

In una sola cosa avrebbe forse Plinio errato, se si fosse ristretto al dirci, che l’effigie della pecora, o d’un qualsiasi altro de’ quadrupedi domestici, fu impressa su la prima moneta di Roma. Ma ben più grave torto fa egli quivi al suo senno, ponendosi quasi in contradizione con se medesimo, col sostituire poco dipoi alla pecora il Giano, e la zattera al rostro di nave. Non diremo già ch’egli tramutasse Giano in una pecora, o viceversa : ma non possiamo lasciar di rilevare, che il medesimo luogo ad un medesimo tempo non poteva essere occupato e dalla pecora e dal Giano.

Né varrebbe il dire, che l’una effigie non esclude l’altra, quando si vogliano collocare su diverse monete. Se questo stato fosse l’intendimento di Plinio, egli stesso fatta avrebbe questa distinzione, come rispetto al rostro della nave e alla zattera, ha saputo collocare questa nel triente e nel quadrante, lasciando quella forse all’asse, al semisse, al sestante e all’oncia. Ma ciò che v’ ha di peggio si è, che questa distinzione manca al tutto di fondamento. Nelle centotrenta monete romane di aes grave, che noi contiamo in questa collezione, e nelle altre molte che ci sono passate per le mani, non abbiamo trovata mai varietà ne’ rovesci. Quelle impronte differiscono nella grandezza, differiscono nell’arte con che sono modellate; ma o non ne rappresentano mai altro fuorché il rostro della nave, o non altro mai fuorché la zattera. Fermino per poco i nostri lettori l’occhio curioso su la serie ben lunga di tai monete che abbiam fatte disegnare nelle prime cinque tavole, e veggano, come torni giovevole il fidarsi anzi allo storico di tai monumenti, che a’ monumenti stessi.

Siccome poi questa nave nel rovescio delle monete romane è immanchevole, cosi immanchevoli sono nel diritto il bifronte, il Giove, la Minerva, l’Ercole, il Mercurio e la creduta Roma. Se per indiscreta venerazione verso uno scrittore troppo facile ad errare, noi volessimo tenere in conto di romane quell’altre monete, su cui v’ è scolpito il bue, il cavallo, il majale, a’ quali tre quadrupedi può per qualche buon titolo adattarsi il nota pecudum, ci troveremmo nella necessità di tornare col nostro aes grave al disordine antico, rinunziando agli evidenti vantaggi di quella classificazione, nella quale pressoché di per se le monete si sono distribuite, ed abbracciando un’ombra vana in luogo d’un corpo solido e reale.

Tuttavia non ne pare inesplicabile l’ errore di Plinio nel proposito della