Pagina:L'aes grave del Museo Kircheriano.djvu/29

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prefazione 13

pecora. Avea egli forse veduto un di que’ cavalli, di que’ giovenchi, di que’ majali, che non sono rari ad incontrarsi sul’aes grave non romano, e studiando quelle monete come solevasi fare da’ numismatici de’ due secoli trascorsi, stimò forse che fosser di Roma quelle eziandio che appartenuto avevano a città da Roma distinte e lontane. Eppure se chiesto avesse consiglio ai fanciulli romani, che a que’ suoi tempi eziandio passavan la vita ne’ trastulli e ne’ giuochi, l’avrebbono eglino stessi distolto da questo intramischiamento di pecore con teste di divinità e navi. A’ tempi tardissimi di Macrobio continuavano cotesti fanciulli a contestare quale era stata la prima istituzione dell’aes grave romano. Facevano ciò in quel giuoco, in cui lanciando in alto loro monete si chiedevano a vicenda le teste degl’iddii o la nave, che nel cadere le monete avrebbono loro presentato. Non potrebbono all’uopo nostro essere più efficaci le parole di Macrobio. „ Ita fuisse signatum hodieque intelligitur in aleae lusu, quum pueri denarios in sublime jactantes capita aut navim, lusu teste vetustatis, exclamant „. Dove vorremmo si osservasse, che quel capita aut navim non può per qualsiasi sforzo di ragione non riferirsi all’aes grave primitivo. Macrobio parla di denari e di denari del suo secolo, ne’ quali per fermo le teste non si accompagnavano immutabilmente con le navi : talché quelle voci non avrebbono un senso vero, se non le riportassimo, com’ egli vuole, alla primissima età della moneta romana, lusu teste vetustatis. In que’ primi esordj nato era quel giuoco, e col giuoco quella disgiuntiva interrogazione : e si l’ uno come l’altra erano venati discendendo da secolo a secolo saiza punto alterarsi, a fronte delle molteplici trasformazioni che aveva incontrate in si lungo spazio la moneta romana.

Non ci tratterremo su le parole troppo conosciute d’ Ovidio: „ Sed cur navalis in aere Altera signata est, altera forma biceps „ ? Neppure toccheremo la solidità di che riman priva la pliniana etimologia della voce pecunia. Con queste minate disquisizioni la nostra scienza non progredirebbe, d^un solo passo.

Un qualche miglior pro ci possiamo ripromettere dal ragionare su ciò che v’ ha di erroneo nella terza parte della narrazione di Plinio. Parlasi in essa del peso in questi termini „ Librale pondus aeris imminutum bello punico primo, quum impensis respublica non sufficeret constitutumque ut asses sextantario pondere ferirentur. Ita quinque partes factae lucri, dissolutumque aes alienum „. E in lingua nostra» „ La moneta, ch’ era del peso d’una libra, fa diminuita all’occorrenza della prima guerra cartaginese, perché la republica non poteva sostenere que’ dispendj : talché allora si stabilì, che si coniassero gli assi di sole due oncie. Cosi si ebl)ero cinque parti di puro guadagno e ai pagò il debito „.

Qui più che altrove rimane agevole il dimostrare l’ inganno di Plinio. Quelle parole, chi le interpreti senza studio di tirarle più ad un senso