Pagina:L'asino d'oro.djvu/10

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x avvertenza

fetti fisici, che mai curasse infermitade umana. Si che onoriamolo con l’esequie delle laude, da che noi, che gli fummo fratelli in dilezione, non lo possiamo riverire con altro.

Di Venezia, il XXXVI d’ottobre, M.D.XXXXI.

Poscritto. Il chiarissimo Varchi non meno nostro, che suo; per essere venuto a vedermi a punto nel serrare di questa, ha voluto che per mezzo di lei, vi saluti da parte di quello animo, che di continuo tiene a presso della signoria vostra. »

Degno amico dell’Aretino si mostra il nostro Angelo per vari lochi delle sue prose e delle sue rime, massime in quel capitolo del guaiaco, o legno santo, e nell’altro delle campane. Se non che egli nel verso valeva meno, e le sue poesie non hanno il garbo, la leggiadria, la venustà delle prose. A darne un saggio valga questa imitazione d’una delle più graziose odi d’Orazio:

Chi è Pirra, quel leggiadro giovincello,
    Per mille odor soave,
    Che tutto l’uscio tuo t’empie di rose?
Per chi leghi or le chiome, o vaga e bella?
    Quante volte la fede
    Piangerà rotta, e mutati i favori,
    (Non solito a mirarlo) e quante volte
    Vedrà per aspri venti il mar turbato
    Quel ch’or tutta ti gode!
    Semplice quel che spera solo averti
    A’ suoi piacer mai sempre!
    Poco conosce i muliebri ardori.
    O miseri coloro
    Che non provar di donna fede mai!
    Il pericol ch’io corsi
    Nel tempestoso mar, nella procella