Pagina:L'asino d'oro.djvu/8

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VIII AVVERTENZA

mendam, aut alias quovis modo obtinuerit; e nel 1539, cioè 13 anni dopo questa dispensa, troviamo il Firenzuola abate di Vaiano su quel di Prato; che volea dire usufruttuario e amministratore perpetuo di quella badìa.”

Quest’abito ecclesiastico più o meno attillato e stretto alla vita fu di gran noia al Firenzuola, più buongustaio che ghiotto in amore, ma tutto dato alle piacevolezze ed al riso, che non può essere mai schietto e franco, o almeno dicevole ed accetto nella gravità del sacerdozio. Secondochè il Guerrazzi disse saporitamente a un abate, per quanto i preti si abbaruffin le chiome, ci si vede la chierica; il che non si allega per far rimprovero del lor carattere, ma per avvertirli che non ne escano, e tutta la fine coltura dei Bembi e dei Casa si richiede a far loro perdonare le loro capestrerie. Se non che in quell’età il sacerdozio era più spesso andazzo che vocazione, più spesso speculazione mondana che missione ispirata; tantochè dicono che Pietro Aretino aspirasse alla mitera. Il fatto è che tutti gli spiriti più elevati erano amici di lui, e non per paura, come i Principi, ma per conformità di gusto e per simpatia. E come se l’intendesse col nostro Angelo lo mostri questa lettera che il cinico di Arezzo gli scrisse, con bel ricordo della loro scapigliatura:

« Nel vedere io, M. Agnolo caro, il nome vostro iscritto sotto la lettera mandatami lagrimai di sorte, che l’uomo che me la diede fece scusa meco circa il credersi di avermi arrecato novelle tanto triste, quanto me l’aveva portate buone. Ma se il ricevere carte da voi mi provoca a piangere per via d’una intrinsica tenerezza, che sarà di me in quel punto, che Cristo mi farà dono del potervi