Pagina:L'astronomo Giuseppe Piazzi.djvu/64

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PRIMI SUCCESSI. 55

e giudicato poca cosa. Del che grave dolore al Piazzi, che, non ismarrito, sicuro nell’animo, si rimette a lavoro ostinato, ripassa le tavole, le compie e, pre-

    pianeta, la luce verso i suoi confini dee sempre comparire tanto più debole, quanto più piccolo è l’angolo che fa il raggio incidente colla detta superficie; nondimeno la diminuzione di luce, di cui sinora si è ragionato, è tale e tanta, che non si può in verun modo spiegare con questo solo principio. E veramente, toltane la nostra terra, non si osserva simile diminuzione e in sì alto grado in nessuno degli altri corpi del nostro sistema. Il quale argomento però se per Marte, Giove e Saturno non può essere di alcun peso, essendo questi pianeti talmente distanti da noi, che non possiamo in essi distinguere alcuna fase, o diminuzione di luce; per quello si appartiene alla Luna, pare non ammetta replica. Poichè questo corpo ed è più vicino a noi che non sia Venere, ed al pari di essa è illuminato dal Sole, e nondimeno non è in essa la diminuzione di luce sì forte, siccome in Venere, mentre anzi dovrebbe essere massima, se non si dovesse tener conto che dell’obbliquità dei raggi incidenti.
    Per ispiegare questo fenomeno altro quindi sembra che non ci rimanga, che di ricorrere allo stesso principio per cui sulla nostra terra sogliamo vedere debolmente illuminato quel tratto di terra, su cui al nascere e prima del tramonto del Sole dall’orizzonte, si diffondono i suoi raggi, la sua atmosfera. Essa si è che, rifrangendo tanto maggiormente i raggi quanto più da lontano essi procedono, ci presenta una gradazione di luce, che infine si confonde con le tenebre. Non altrimenti possiamo dunque noi congetturare, che accada in Venere rispetto alla luce che essa riceve dal Sole.