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| vi | introduzione. |
nel Cinquecento si cominciò a investigare le origini della nostra lingua, i dotti comunemente esagerarono la parte avutavi dall’elemento germanico o barbarico, com’essi dicevano. Pel Bembo[1] l’italiano era nato dal latino alterato dalle lingue parlate dai Barbari, ossia dalle lingue germaniche. Dal che segui, egli dice, che la nuova lingua ritenne «alcun odore e dell’una e dell’altre». Quest’opinione fu poi seguita dallo Speroni, dal Muzio, dal Cittadini, dal Castelvetro, e più ancora dal Varchi, il quale scrisse che dai mali portati all’Italia dai Barbari nacquero due beni, la lingua volgare e la città di Venezia. Insomma per questi e per altri eruditi di quei tempi l’italiano non era che il latino modificato dai Barbari, e la loro opinione fu poi come formulata dal Davanzati che nel principio della lettera a Baccio Valori scrisse: «Della lingua latina corrotta dai Barbari nacquero, come ognun sa, in diversi luoghi diverse lingue, e dal volgo che quelle usava dette volgari». Oggi una tale opinione che fa derivare l’italiano e le lingue sorelle dalla corruzione causata dai Barbari al latino, è sfatata compiutamente, nonostante che l’abbiano sostenuta anche nel nostro secolo lo Schlegel, il Lewis e Max Müller. Le lingue germaniche dei Barbari invasori non esercitarono alcuna influenza sul sistema grammaticale delle nuove lingue romanze, ma soltanto sul lessico. E anche la parte lessicale che v’introdussero fu piuttosto, come osserva il Littré[2], un fenomeno di giustaposizione che d’intussuscezione;