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| introduzione. | vii |
cioè a dire un influsso che non toccò quasi per niente il linguaggio del pensiero filosofico e del sentimento, ma solo quello risguardante oggetti esterni, gli usi della guerra, le leggi e i costumi feudali. Onde leggendo gli scritti d’un prosatore filosofico e morale, come ad es. il Galilei e il Leopardi, è raro l’abbattersi in vocaboli d’origine germanica. Perciò non che il dire che l’italiano sia derivato dal tedesco, sarebbe assurdo ormai anche il parlare di corruzione cagionata dai Barbari al latino e del loro influsso sull’origine delle lingue romanze.
Ma se pel passato s’esagerò l’importanza dell’elemento germanico, oggi si corre all’eccesso opposto, e prevale generalmente la tendenza, se non a negarla del tutto, almeno ad attenuarla e a rimpiccolirla soverchiamente anche per la parte lessicale. La reazione contro l’esagerazione di tale influsso cominciò con Scipione Maffei, il quale nel libro XI della sua Verona illustrata[1], in mezzo ad osservazioni spesso giustissime, scrisse: «Comunissima dottrina è che se ne debba l’origine (della lingua italiana) ai Barbari, e che nascesse dal mescolamento delle lingue loro con la latina. A noi sembra indubitato che niuna parte avessero nel formare l’italiano nè i Longobardi nè i Goti... Che rileva se forse una ventina di vocaboli usiamo originati dal tedesco?». Nel nostro secolo il Cantù[2] fece sua la sentenza del Maffei, e tentò di ridurre a niente l’elemento nordico. Il Bartoli[3]