Pagina:LVII Ricette d'un libro di cucina, 1890.djvu/9

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search





Le LVII ricette seguenti (la prima manchevole del principio, l’ultima della fine), scritte di bella e grande lettera trecentista, riempiono un frammento di 28 carte, che Antonio da San Gallo salvò, probabilmente dal macero, e legò con un Ameto del Boccaccio, copiato «per mano di Girolamo Morelli» nel 1449, e con pochi altri fogli contenenti «la ragione della luna»: così composta, la miscellanea ebbe il numero xxxvj nel catalogo o Libro de’ libri in penna del collettore secentista, indi passò coi volumi di lui alla Riccardiana, dove ora è segnata 1071.

Chi raffronti questo con l’altro Frammento di un libro di cucina del sec. XIV, che Olindo Guerrini pubblicò nel 1887 da un codice della Biblioteca Universitaria di Bologna, avverte facilmente la grande affinità che corre fra i due brani; ossia non pure la molta somiglianza nella formula delle ricette, ma a dirittura la quasi identità di testo fra alcuni capitoletti (Ricc, xxii, xxxiii, xli, xlii; cfr. Bol. 16, 46, 31, 32) e parecchie conformità di nomi anche nelle rubriche perdute o non mai trascritte nel codice bolognese, e restate invece nel nostro. I due frammenti si completano quindi a vicenda, e se non proprio da uno stesso esemplare, certo si devono dire derivati da un medesimo trattato, della cui antichità abbiamo nuova conferma dalla scrittura della copia riccardiana, anche più vecchia dell’altra, che il Guerrini assegna alla seconda metà del Trecento. Se poi questo trattato, o quello completo, che lo Zambrini trasse dallo stesso manoscritto bolognese, sia proprio il libro del cuoco di Niccolò, «che la costuma ricca Del garofano primo discoperse», io non discuterò davvero, perché l’ingegnosa congettura proposta dal Del Lungo e sulla quale pure il Guerrini s’intrattenne, non mi pare sia, e direi non volesse essere anche per chi la imaginò, se non un erudito ravvicinamento, da accettare solo in quanto non ci arrivarono o finora non si conoscono altre arti di cucina in volgare, che pur dovettero esistere anche prima di queste, e insegnare ai cuochi di molte signorili brigate goderecce i blamangeri o le frittelle ubaldine. Più utile credo notare, che se nel Libro edito dallo Zambrini si possono cogliere, come avvertì il Del Lungo, alcuni sene-