Pagina:La Divina Commedia Napoletano Domenico Jaccarino-Nfierno.djvu/190

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 36 —

tano, le altre 16, in ugual proporzione, un’introduzione, pure in dialetto, all’inferno Dantesco e il primo canto con quattro o cinque delle 26 note italiane, ivi indicate.

Non ispiacerà, speriamo ai lettori nostri, anche non napoletani un piccolo saggio di questo travestemiento a lengua (?) napoletana de la Devina Commedia de Dante Alighiere, come dice l’autore nella prefazione. Ecco il principio della prima cantica:

               A meza strata de la vita mia
          Io mme trovaie ntra na boscaglia scura,
          Ch’avea sperduta la deritta via.
               Ah! quanto a dì comm’era è cosa addura
          Sta voscaglia sarvaggia, e aspra, e forte,
          Che mme torna a la mente la paura!
               È tanto amara che pò dirse morte;
          Ma lo bene pe dì che nce trovaje,
          Dirraggio cose che non songo storte.
               Non saccio manco di comme passaje.
          Tanto comm’a stonato m’addormette,
          Quanno la vera strata io llà lassaje.
               Ma pò ch’io na collina llà vedette,
          Addò chella campagna se feneva,
          Che’ncore la paura me mettette;
               Guardaie pe l’aria, e arreto llà vedeva
          Li ragge de lo luceto chianeta,
          Che dritte fa sorcà li figlie d’Eva.

Se avessimo a fare qualche osservazione questa sarebbe sul primo verso e sull’ultimo dei citati. Se nel dialetto napoletano mia non è sinonimo di nostra, noi preferiamo che Dante dica che era «A meza strata de la vita nostra» che della sua quella nè era la metà, nè quando fosse pur stata, egli poteva saperlo. In quando poi all’ultimo verso lascio al signor Jaccarino, che avrà avuto sue buone ragioni di così fare, se la sua versione renda il pensiero Dantesco «Che mena dritto altrui per ogni calle». Del resto, per quello che possiamo giudicarne, il lavoro del Jaccarino ne par degno di molto encomio, siccome quello che mette le masse popolari in grado di poter dire con orgoglio: «Anche noi leggiamo e intendiamo il più grande poeta che Dio abbia dato all’Italia». Vorremmo anzi