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hanno talvolta voluto rivestire la nudità delle statue greche, quasi che la bellezza perfetta, fatta di proporzione e di armonia, non fosse di per sè stessa casta e pura.

Le convenzioni non vanno però disprezzate, hanno la loro utilità nel mondo. Esse rappresentano il primo grido di allarme della coscienza collettiva che si risveglia, sono il primo velo di pudicizia che la coscienza collettiva getta sulle proprie imperfezioni. Esse sono imperfette e ipocrite appunto perchè non corrispondono alla Realtà, perchè non sono il frutto dell’esperienza e del ravvedimento individuale, ma dimostrano tuttavia che la coscienza collettiva si è destata e ha inteso il bisogno di tracciarsi delle norme. Questo non è che un palliativo, e quanto più l’uomo si individualizza e si evolve, tanto più questo rimedio esteriore gli si palesa formale e inadeguato, come una vernice superficiale che non ha profondità, e una forza interiore spinge l’individuo a mettere invece in pratica quelle norme di condotta e di moralità, che la sua propria coscienza gli detta. È anzi proprio questo contrasto, fra quella morale generale, che Anatole France definisce «la somme des préjugés de la communauté» e la morale individuale, radicata nella coscienza dei singoli, che determina l’impulso evolutivo dell’etica umana.

Perchè, in pratica, non si conosce moralità assoluta, non vi è che moralità relativa, subordinata, cioè, allo stato di evoluzione del popolo e della massa, o allo stato di evoluzione dell’individuo. Vi sono dunque sempre veramente, parlando da un punto di vista etico ideale, al contempo due morali. Una, quella cosiddetta convenzionale, stabilita dalle leggi e dalle consuetudini dell’epoca in cui si vive, e rispondente al grado