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la donna e la scuola 67


polari e in margine alla borghesia ad elevare il proprio tenore di vita, — la corsa al titolo — il preconcetto secondo il quale la scuola è considerata solo come mezzo di raggiungimento economico e non come necessità sociale, non come indispensabile preparazione alla vita moderna — affollano in un modo pletorico, pazzesco le normali femminili.

Non è quindi da stupire se tutti gli anni nuove schiere di giovinette vengono ad aumentare la serie — già abbastanza numerosa delle spostate — non compagne intelligenti e apprezzate degli uomini, ma troppo spesso concorrenti svalutate e sfruttate; se oggi, come vediamo qui a Roma, vi sono per una trentina di posti di maestre elementari 1000 concorrenti (povere figliole!) — non è da stupire — dico — se molte maestre si affollano alle porte dei vari Ministeri — sollecitando umili uffici di dattilografe e di copiste.

Peccato che tante giovani energie, tante belle illusioni, tanta fede anche — siano logorate in inutili sforzi, in aspirazioni vane, — disperse, sciupate, in sfere di attività ben diverse e assai più umili di quelle intravvedute negli anni di studio.

Eppure se vi è campo in cui le attitudini della donna potrebbero essere sfruttate con un rendimento massimo e con utilità generale — è appunto quello dell’insegnamento infantile.

Chi più e meglio della donna può conoscere la psiche infantile?

In ognuna di noi — anche quando le gioie della famiglia ci sono negate — anche quando le inesorabili necessità della vita sembrano assorbire tutta la nostra attività — c’è un fondo di sana nostalgia, un sogno irrealizzato di maternità, (quei sogno di cui prima dicevo) un inesauribile tesoro di tenerezza, di