Pagina:La fine di un regno, parte I, 1909.djvu/161

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una poetessa d’animo e di sentimenti virili e ricca di una cultura, rara oggi e allora rarissima nelle donne.

Le strenne più accreditate, per eleganza tipografica, eran quelle di Gaetano Nobile, primo editore che abbia avuto Napoli e forse ultimo. Nel 1856 egli ne pubblicò una di prose e versi, tutta di autrici italiane viventi, dal titolo: La primavera. Tra le prosatrici napoletane, figuravano Adelaide Amendolito Chiulli, Virginia Pulli Filotico, Enrichetta Sava, Carolina d’Auria, Carolina Bonucci; e tra le nuove poetesse, Mariannina Spada, Maria Lettieri, Elvira Giampietri. Vi si pubblicò inoltre una bellissima ode di Luisa Amalia Paladini ed una, inedita, di Giuseppina Guacci, non delle migliori che la insigne donna scrivesse. Questa strenna, per l’originalità sua, levò rumore, quanta ne levò la Ghirlanda, della quale furono collaboratori Saverio e Michele Baldacchini, Giuseppe di Cesare, Federioo Quercia, Giulio Genoino, Gustavo Pouchain, Scipione Volpicella, Luigi Vicoli; e tre superstiti, Ottavio Serena, Federico Persico e Michelangelo Tancredi. Serena cantò in versi sentimentali una Giacinta, fanciulla abruzzese morta nel fiore degli anni, e della quale si rivelava innamorato cotto; Federico Persico stampò nn sonetto petrarchesco, e Michelangelo Tancredi un’Orientale. Esumo il sonetto del mio vecchio professore di diritto amministrativo:

Quand’io la scorgo infra l’estrania gente,
Tutta raccolta e pensierosa in viso,
Sento in messo del cor nascere un riso
Di pace e il volto scolorar repente:
Io non la guardo già, nè mi ci sente
Mai dirle un motto o volgerle un sorriso;
Pur la stanza mi sembra un paradiso
Mentre l’anima mia vi sta presente.
Ma s’io torno colà dove ha costume
Anch’ella andar, nè la ritrova il core,
Che pria dell’occhio, col tremar, m’affida;
Somiglio al pellegrin che conta l’ore
Di rivedere il tempio e l’ara fida,
E quel trova deserto e assente il Nume.

Vi era pare una squisita traduzione dell’Addio di Byron. fatta da Stefano Paladini; ma la passione per Byron a Napoli era finita col 1848: mania meglio che passione. In quel