Pagina:La fine di un regno, parte I, 1909.djvu/230

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rebbe sentito parlare di un gran fatto, ma il Tocci, che vedeva spesso il Milano a Napoli, e nel quale il Milano aveva confidenza, afferma che a lui non disse mai nulla di simile, ch’era piuttosto sfiduciato e triste, e non di altro sollecito che di proclamare la propria innocenza nelle accuse, che gli furono fatte di aver sedotta la moglie di Oloferne Conforti, che si chiamava Penelope. Il Tocci gli aveva dato a copiare alcune lezioni di procedura penale del Pessina, che ancora conserva. Egli è fortemente convinto che Agesilao agì di sua testa, nè il Dramis lo esclude.


Per il modo come si compì l’attentato, il re e la polizia furono invece convinti che si trattasse di una vera cospirazione militare e civile. Non era difatti verosimile tanta follia di eroismo; e se il re diè prova di sangue freddo, seguitando la rivista e poi tornando a Napoli in vettura, l’impressione che ne riportò fu tremenda. In chi lo vide al ritorno dai campo produsse un effetto strano. Era pallido e agitato, e il sigaro spento gli pendeva dalle labbra. Parve a tutti che avesse fretta di rientrare alla reggia. L’avvocato Michele Giacchi, che lo vide da un balcone di Foria, disse alla famiglia che qualche cosa di grave doveva essere avvenuta; ed era avvenuta difatti, ma con tale rapidità che pochi se ne accorsero. Giovanni Barracco era sul campo con la famiglia, e rammenta che seppero dell’attentato quando furono a Napoli; e il conte di Gropello, che trovavasi anch’egli sul campo, cadde nel suo primo rapporto in alcune inesattezze di fatto, perché fece vibrare un sol colpo dal Milano, mentre furono due, e affermò che il re tornasse in città a cavallo, mentre tornò in carrozza con la regina e il principe ereditario.

Fu grande fortuna che il regicidio non si compisse: un tremendo eccidio avrebbe insanguinata Napoli, perchè i reggimenti svizzeri, fedelissimi al re, credendo all’esistenza d’un complotto fra le truppe indigene, avrebbero tirato su di esse e sulla folla, e rinnovati gli eccidii del 16 maggio. All’eventualità della morte di Ferdinando II nessuno era preparato, e assai meno a una morte in quelle condizioni; e pareva inverosimile difatti, anzi addirittura assurdo che da quell’esercito, descritto più sopra, uscisse un regicida; e nei primi momenti credettero tutti all’esistenza di una cospirazione militare, la quale, morto il re, avrebbe mutato il governo e sconvolta ogni cosa, tanto pareva inverosimile che quello fosse il tentativo di un allucinato. Il