Pagina:La fine di un regno, parte I, 1909.djvu/323

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la raffineria chimica dell’oro; c’erano gabinetti d’incisione e di garentia, mangani ed argani per i fili d’argento e d’argento dorato. Altri gabinetti di garentia erano nei capoluoghi di provincia. Funzionava da segretario generale di quell’amministrazione Marcello Firrao e n’era razionale il Caropreso, consigliere alla Corte dei Conti. La zecca di Napoli, che aveva pure l’ufficio di fissare il valore delle monete estere, continuò a lavorare mediocremente fino al 1870, ma con la soppressione di quelle di Firenze e di Torino, fu chiusa anch’essa. Da allora non si è mai saputo dove sia andato a finire il suo immenso materiale, e quella stupenda collezione di conii, alla quale lavorarono, negli ultimi anni, due incisori di prim’ordine: l’Arnaud e il Piranesi. Quella Zecca, cui fu annessa nel giugno del 1858 una scuola per l’incisione in acciaio, era forse la prima d’Italia, anche per valore tecnico. Bellissime davvero le monete di argento e di rame. Il Regno aveva un regime monetario monometallico a base d’argento. Monete d’argento e fedi del Banco formavano questo regime, e le fedi del Banco anche al l’estero eran tenute in conto di valuta di prim’ordine. Dopo che nel 1835 Ferdinando II fece coniare la bellissima moneta d’oro di trenta ducati, divenuta preziosa per la purezza della lega e il valore intrinseco, monete d’oro non se ne coniarono sino al 1860. E oggi non esiste più neppure la Zecca, che dava da vivere a tanta gente, e non avrebbe dovuto davvero andar travolta in quel grande vortice di distrazione, che segnalò il nuovo regime, ferì e spostò tanti interessi e creò tanto malcontento.

Nella Borsa si accentrava il movimento economico del Regno. Primeggiava tra i valori, la rendita, vera preoccupazione di Stato, e vanità della Corte e d’ogni napoletano. Le contrattazioni passavano per le mani di agenti di cambio di gran credito. Del Pozzo, Marrucco, Spasiano e Zingaropoli erano fra i più rinomati, per la lunga ed onesta carriera e per le ricchezze accumulate e il gran credito; e Diego Bonghi, zio di Ruggero Bonghi, Lorenzo Schioppa e Tommaso Giusti, anch’essi d’incontestabile rispettabilità. E v’erano anche i deputati di Borsa, incaricati ad assistere e vigilare alla fissazione del corso dei cambii, dei fondi pubblici, ed altri valori, nonchè di quello del prezzo corrente dei grani, olii ed avene. Fra questi deputati di Borsa, scelti fra i ne-